Ciò che Alessandro Dessì non dice … e non sa

 

Grazie Alessandro Dessì dell’illuminazione, di averci spiegato perché

“La Limba Sarda Comuna ha già vinto”

In realtà non sapevo che in Sardegna l’identità delle persone e le loro parlate stanno in competizione. Non sapevo che c’era una medaglia da vincere quando ho scelto di scrivere in sardo meridionale standard, scegliendo le Arregulas.

Deu apu sceberau cussa grafia poita est prus a s’oru a su sardu de basciu. Custu no fait duas linguas.

Ma qui torniamo all’ignoranza di certa gente, di non saper distinguere la differenza tra lingua, lingua storica, dialetto, dialetto primario, socioletto e idioletto e infine cosa qualcuno intende quando parla di “grammatica”. Io so cosa intendeva Blasco quando parlava di “grammatica”, Alessandro Dessì a quanto pare no.

La grammatica non è solo il libro con le regole che usiamo per definire le regole di uno standard. Nella sociolinguistica può essere anche la descrizione sistematica di una lingua, un dialetto e anche di uno stile. Non deve neanche esistere in realtà, se vediamo altre scuole di pensiero e parliamo di “grammatica universale” e così via.

Io potrei per ciò anche paragonare la “grammatica” bavarese con quella berlinese o no?

Ma fermiamoci un attimo qui, laddove nasce il problema in assoluto. Un problema che del quale parlò già Massimo Pittau in una relazione qui a Berlino nel 2001. Nella sociolinguistica questo si chiama “il sapere linguistico” o “il sapere metalinguistico” (seguendo io qui la terminologia di Eugenio Coseriu).

Cito Pittau:

” …  dobbiamo affermare, in termini esatti di scienza linguistica, che la parlata campidanese esiste realmente, così come esiste realmente la parlata logudorese? Per due differenti ed importanti ragioni: a) Nel campo della lingua, di tutte le lingue, assume un ruolo enorme la coscienza o consapevolezza linguistica dei parlanti. Nel Capo di Sotto, cioè in tutto il Meridione dell’Isola, i singoli parlanti, anche quando parlano con individui di altre località della Sardegna meridionale, hanno piena consapevolezza di avere a che fare con la medesima ed unica parlata campidanese. E questa stessa piena consapevolezza c’è nella situazione contraria, quando cioè essi parlano, comprendendosi alla perfezione, con individui che vengano dall’area del Marghine oppure del Goceano: questi altri Sardi parlano un’altra varietà del sardo, la parlata logudorese. b) Noi linguisti, con in testa il grande Wagner, abbiamo avuto il grande torto di prestare poca o punta attenzione alla parlata campidanese dei poeti e degli scrittori. Ebbene tutti questi adoperano una varietà di lingua letteraria che è universalmente conosciuta ed accettata da tutti i Sardi, anche da quelli dell’area logudorese.” (p.164)

Certo, l’abbiamo capito che poi tutti hanno iniziato a farsi il balletto sull’uovo, dicendo che i concetti “logudorese” e “campidanese” non esistano, che sono “invenzioni arbitrarie”, ignorando il fatto che sono solo due termini popolari per indicare “sardo centrale-settentrionale” e “sardo meridionale”.

Sappiamo benissimo che il termine “campidanese” non intende il sardo che si parla nella zona geografica del Campidano, ma che si parla del sardo meridionale. Anzi non bastavano questi terminie abbiamo addirittura affiancato il concetto di “mesania”.

Se ora vogliamo negare l’esistenza di aree ben chiari definite nella dialettologia in generale, iniziamo a negare la dialettologia in se e l’esistenza di dialetti … tutto questo si basa, come dice Michel Contini (nel stesso volume, p. 117) su tratti ai quali i sardi danno molta attenzione, i tratti più evidenti d’altri. Quelli che conosciamo tutti. Se ora vi volete perdere in un bicchiere d’acqua, bene.

Questo non nega che le ricerche di altri linguisti siano sbagliati, anzi … sbagliato è solo l’approccio, secondo il mio modesto avviso. Entrare in un contesto di una storia linguistica di un popolo in maniera anacronistica, mi sembra molto sbagliato.

Ed è questo che è successo in Sardegna e nella “Questione della lingua sarda”, laddove si è cercato di imporre una grafia con la quale la gente non s’identifica per fare amarolla su chi ant fatu is italianus, faendi s’italianu standard.

Inutile che gli independentisti sono convinti del fatto che la lingua sarda sia più forte, quando è unificata. La lingua sarda è più forte quando viene usata dai sardi, infatti non solo la lingua parlata, ma anche quella scritta.

Ecco … e anche qui il nostro Alessandro Dessì ha una visione un pochino ridotta della situazione (secondo me). Giacché siamo solo quattro gatti che scrivono in sardo, addirittura lui sostiene che la grafia più usata è la LSC. Ma dove mi chiedo? Il sardo medio non sa neanche che cos’è.

Qui a Berlino stanno arrivando un sacco di sardi giovani che stanno emigrando dalla Sardegna o che fanno vacanze qui, di tutte le zone. Ne parlo almeno con 1-3 persone a settimana. Età 25-45 anni. Il 90% non ha mai sentito ne della LSC o che qualcuno addirittura si mette a scrivere in sardo.

Certo, il numero sarà aumentato, ma ajò, ita ses narrendi? La LSC ha vinto lo scudetto? No! Si è fatto molto di più per promuovere quello standard perché ci hanno pompato un paio di soldi, anche pochi, per l’importanza che il tema dovrebbe avere.

Invece qualcuno avrebbe dovuto avere l’intelligenza di coinvolgere le persone che facevano parte del movimento linguistico sardo, di tutto il sardo, visto che il futuro sono i giovani. Invece tanti sono semplicemente stati tagliati fuori.

Alessandro Dessì, nel suo articolo racconta solo una parte, la sua realtà, ignorando che la realtà sarebbe stata forse diversa, se qualcuno non si avesse autoproclamato il Papa della lingua sarda.

Sembra quasi che gli orientalisti, nemici, quelli della scuola campidanese, partzidoris ecc.- dovrebbero anche ringraziare che possono scrivere la -X-, e scrivere “acua” e “lingua”, grazie, vermente, dopo 10 anni qualcuno arriva a questa conclusione perché fa addirittura parte dell’identità. Forse qualcuno non ha ben chiaro che Bolognesi queste cose le disse già nel 2007 a Paulilatino. Nel documento non è stata cambiata neanche una virgola.

Auguri per aver vinto!

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Risposta di Paolo Zedda a Limba Sarda 2.0

Buongiorno a tutti,

vi mando il link della risposta di Paolo Zedda a limba 2.0 e mellus a Pepi e Company.

Credo che sia una risposto molto ben chiara e ben articolata.

Intanto Paolo Zedda è rimasto molto signore, senza averli mandati in quel paese come se lo meriterebbero, ma non solo per gli articoli scritti ora, ma anche nel passato ci sono stati attacchi personali con foto scarse ecc. ne avevamo già parlato dello “stile” di quella pagina e altro.

Ecco, buona lettura:

https://www.facebook.com/notes/paolo-zedda/politicas-po-sa-lingua-sarda-e-sententzia-de-sa-consulta-resposta-a-limbasarda-2/984055261714525

 

S’orchestra in limba de Monica Dovarch

Saludi a totus,

s’annu passau apu scritu pagu e nudda poita no apu tentu tempus meda. Depu nai puru ca totu s’arrexonada inpitzus de sa lingua sarda no est prus de interessu po mei. Torraus semperi a nai su matessi de diora.

Oi apu a contai un atera cosa a bosaterus. Chistionu inpitzus de unu documentariu chi at fatu un amiga sarda de Nugoro chi bivit innoi in Berlinu e est assotziada a su Circulu Sardu de Berlinu.

M’arregodu ca eus picau unu cafeu me su bar, poita issa at tentu s’idei de registrai genti in totu sa Sardinnia. Genti ca chistionat su sardu in medas dialetus sardus.

Deu apu nau a issa ca mi praxit sa cosa e podiat essi de importu mannu. Insaras, issa dd’at fatu diaderus.

Su documetariu dd’eus fatu biri po sa primu borta innoi in Berlinu, Ferargiu 2015.

“S’orchestra in limba” de Monica Dovarch.

eus fatu unu progetu Monica, deu e Maurizio Rocca. In d-una intervista issa spiegat totu sa cosa.

Custu documentariu at bintu unu premiu in su Sardinia Film Fesival .

No acabat innoi sa cosa. Su mesi bennidori ant a fai biri su traballu de Monica Dovarch a sa Boddinale in Berlinu un atera borta.

Apu sceti bofiu scriri custa cosa poita sa genti in Sardinnia medas bortas no scit su chi faint is sardus disterraus e su chi organizant afora 😉

Innoi su trailer:

 

Videus

Saludi a totus,

Oi est sitzillu a fai is videus cun su telefoneddu e a ddoi ponni in donnia logu. Craru ca no est professionali, perou est bellu poita est desesi.

Nosaterus, Franciscu Lai Solinas e deu, eus inghitzau a fai videus piticus po si spassiai e po fai biri a su mundu ita feus in Berlinu me su Circulu Sardu de Berlinu, chistionendi de is disterraus in Germania. Mi speru ca podit essi de interessu po is sardus.

Unu bisu miu iat a essi … ca is giovanus sardus inghitzant a fai su matessi. Videus  in sardu, narrendi frasias in sardu de donnia logu in Sardinnia … e in su disterru puru.

Nosu afora de sa Sardinnia, emigraus e fillus de emigraus, chistionaus su sardu. No semperi, perou ddu feus.

Insandus, imoi bosi apu a presentai is primus duus videus chi eus fatu 😉

 

 

tasinanta

A friend of mine sent me her new video. The new song is called: ‘tasinanta’. Claudia Aru is a Sardinian, indipendent singer. She sings in our language.

“Tasinanta” is a funny word, a merger of:

“Ita si nant”.

It means: “Whatever the name is”, the

“whatchamacallit”.

It’s the filling word, when we don’t remember the word of a certain thing, the object we are talking about. In German we say:

“Dingsbums”.

In Sardinian: “Tasinanta”:

Die Sprachpolitik von Atatürk … und Sardinien

Ne mutluyum türküm diyene

(Glücklich ist derjenige, der sagen kann: „Ich bin Türke“).

In meinem Blog geht es um Soziolinguistik, Sprachpolitik, Sprachkontakt und Geolinguistik. Es geht immer um den Vergleich zwischen der sardischen Sprachpolitik und anderen Sprachen oder Sprachpolitiken. Es geht um die Beschreibung dessen, was in anderen Ländern geschehen ist und darum Parallelen zu ziehen.

Vor einigen Tagen stolperte ich über meine Magisterarbeit, natürlich habe ich ein wenig darin herumgeblättert und gesehen, dass ich einige Seiten zur Sprachplanung verfasst hatte und unter anderem auch die türkische Sprachpolitik unter Mustafa Kemal Atatürk erwähnt hatte.

Bevor sich innerhalb der Sprachwissenschaft das Konzept der Sprachplanung herausgebildet hatte, gab es bereits Personen, die sich auf die Suche nach Regeln für Sprachen und „reinen“ Sprachformen gemacht hatten. Diese Personen würde man heutzutage eher als „Grammatiker“, denn als Linguisten bezeichnen.

Die wissenschaftliche Herausbildung der Sprachplanungstheorie gehört dem Zwanzigsten Jahrhundert an. Die tatsächliche Beschäftigung mit sprachlichen Standards fand in den dreißiger Jahren ihren Platz in der Sprachwissenschaft. Des Weiteren muss man unterstreichen, dass eine Unterscheidung zwischen Mündlichkeit und Schriftlichkeit im Hinblick auf den Standard gegeben wurde. Man betonte zunehmend, dass es bis dato eine Form der ‘Willkürlichkeit’ hinsichtlich der Herausbildung schriftlicher Standards gegeben hatte.

Die meisten schriftlichen, europäischen Standards hatten sich aufgrund ihrer Literatur beziehungsweise durch Schriftsteller herausgebildet. Manchmal brachten auch wirtschaftlich starke Zentren oder eben Hauptstädte die Standardsprache hervor.

Die Etablierung einer Standardsprache durch diese Mechanismen war nicht länger vertretbar. Es wurde ein gezielter Eingriff von Linguisten in Normierungsprozesse von Sprachen gefordert. Diese Forderung impliziert das, was in unserem heutigen Verständnis als Sprachplanung gilt. Der bewusste Eingriff in sprachliche Strukturen, durch Linguisten und seitens des Staates.

Als eines der ersten Beispiele eines solchen Eingriffs in die Sprache kann man die Sprachpolitik der Türkei, unter Mustafa Kemal Atatürk (1881-1938), vermerken. Der Präsident der türkischen Republik veranlasste, dass die arabische Schrift auf das lateinische Alphabet umgestellt wurde. Gleichzeitig wurde die Hochsprache durch die türkische Volkssprache abgelöst. Diese Ablösung erfolgte durch eine Gruppe von Sprachwissenschaftlern, die der türkischen Volkssprache die gleiche Anmut verleihen sollten, die der Hochsprache, des vorherigen Osmanischen Reiches, in nichts nachstehen sollte.

Es ging um das „aktive Eingreifen in die Sprache“, im Sinne eines Sprachplanungsprozesses ausgehend von der Regierung. Man kann mit Fug und Recht behaupten, dass die Türkei eines der ersten Länder war, die Anstalten gemacht hat, einen solchen Prozess in Gang zu setzen.

Als am 29.10.1923 die Türkische Republik, Türkiye Cumhuriyeti, entstand und man sich als eigene Nation abgrenzen wollte, sind viele Reformen entstanden. In fast jedem Land bleibt die Sprache hierbei ein wichtiger Faktor, da sie identitätsstiftend ist und einen wichtigen Beitrag zur Entstehung eines kollektiven Gefühls leistet; sie ist Träger der Gedanken und des persönlichen Ausdrucks.

Das Türkische befand sich zuvor in einer Diglossie, der Koexistenz einer Hochsprache und einer Volkssprache. Das Türkische galt im Hinblick auf das Arabische und Persische als eine Sprache, der wenig Prestige zugeschrieben wurde. Sie wurde als grob und primitiv betrachtet und konnte schriftsprachlich nicht genau gefasst werden. Natürlich gab es schon Schriften, die auch in Türkisch oder der „Volkssprache“ verfasst worden waren.

Dieser Zustand änderte sich unter Atatürk und seinen Reformen, die, unter anderem, zunächst das Sultanat und Kalifat abgeschafften, ein neues Zivilrecht einführten und Ankara zur Hauptstadt ernannten. Die Grundgedanken der Sprachpolitik Atatürks spiegeln sich in folgendem Zitat wider:

„Die türkische Nation, die es verstand, ihr Land und ihre ehrenvolle Unabhängigkeit zu verteidigen, muss auch ihre Sprache von dem Joch der fremden Sprache befreien“.

An dieser Stelle entstehen, auch und vor allem, aus unserem heutigen Verständnis heraus, politische und kulturelle Konflikte:

  1. Unabhängigkeit und Nationalismus; Kann man unabhängig sein, sich auf die eigenen Werte besinnen, ohne dabei eine Tendenz zu entwickeln, starke nationalistische Züge anzunehmen?
  2. Identität und Fremdenhass; Kann man stolz auf seine Identität sein und die eigenen Wurzeln erhalten, ohne dabei das Fremde, das, was einen zuvor dominierte und vielleicht sogar unterdrückte, auszublenden und abzulehnen?
  3. Aufwertung und Purismus; Kann man die eigene Sprache aufwerten, ihr ein angemessenes Prestige verleihen, wenn man ihr ihre eigene Struktur, ihre eigenen Lexeme und Funktionen innerhalb des sozialen Gefüges nicht zuerkennt, ohne sie dabei rein zu halten und vor äußeren Elementen zu schützen oder gar zu verteidigen?

Am 01.11.1928 führt das Gesetz 1353 in der Türkei ein neues Schriftsystem ein, die lateinische Schrift. Dies hatte einerseits zur Konsequenz, dass es für die türkische Sprache bessere Korrespondenzen für Phoneme und Grafeme gab (also für Laute und ihre schriftliche Realisierung), andererseits die arabischen und persischen Wörter nicht mehr in ihrer ursprünglichen Form wiedergegeben werden konnten und somit als „Fremdkörper“ erschienen.

Es wurde die türkische Sprachgesellschaft gegründet, die heute Türk Dil Kurumu (TDK) heißt. In ihr befanden sich auch radikale Puristen, die in extremer Art und Weise versuchten, alle Fremdelemente zu beseitigen. Die Sprachgesellschaft hatte folgende Aufgaben:

  • Material aus der Volkssprache, aus älteren Texten und aus anderen Turksprachen zu sammeln
  • Regeln für den gesamten sprachlichen Korpus fest zu legen
  • Lehnwörter und Fremdwörter durch türkische Wörter zu ersetzen
  • Fragebögen landesweit zu verteilen (Büyük Dil Anketi) und die Bevölkerung zu involvieren
  • Zeitungsleser aufzufordern türkische Wörter zu finden
  • Der Bevölkerung zu empfehlen täglich ein neues türkisches Wort einzuüben
  • Wissenschaftliche Bücher mit Hilfe anderer europäischer Sprachen zu schaffen

Im Laufe der Geschichte der Sprachgesellschaft gab es jedoch anscheinend verschiedene Tendenzen im Hinblick auf die „Reinheit“ der Sprache und die absolute „Ausmerzung“ von Fremdwörtern.

Bald wurde auch Atatürk und seinen Mitarbeitern der TDK bewusst, dass es nicht möglich war, absoluten Purismus gewährleisten zu können, da alle Sprachen irgendwie „gemischt“ sind. Sprachkontakt evoziert automatisch Entlehnungen, Neuschöpfungen und Veränderungen von grammatikalischen, lautlichen oder anderen sprachlichen Strukturen.

Auch die TDK konnte sich nicht den bereits eingegangenen Wörtern aus anderen Sprachen, wie dem Persischen und Arabischen, für immer entledigen. Geschweige denn verhindern, dass aus anderen Sprachen neue Wörter eingingen. Hier musste ein guter Mittelweg gefunden werden. Augenscheinlich hatte Atatürk für dieses Problem eine recht intelligente Lösung parat.

Es geht um die Güneş Dil Teorisi, die „Sonnensprachtheorie“. Ein serbischer Gelehrter, Hermann Feodor Kvegić, hatte einst die Behauptung aufgestellt, dass Türkisch die Ursprache aller Sprachen sei. Er hatte bestimmte Laute untersucht. Laute, die Menschen beim Anblick der Sonne ausstießen, die irgendwie dem Prototürkischen ähnelten. Eine Art türkische „Onomatopoesie“ (sprachliche Nachahmung von außersprachlichen Schallereignissen), die allen Sprachen zugrunde liegt. Kurzerhand bediente man sich dieser Theorie. Sie galt von 1936-1938 als Staatsdoktrin in der Türkei.

Es bleibt sehr zweifelhaft, dass Atatürk tatsächlich an diese Theorie glaubte, allerdings erlaubte sie ihm dem stark Überhand nehmenden Purismus entgegenzuwirken. Wenn tatsächlich alle Wörter auf das Türkische zurückgingen, so musste man sich über Fremdwörter nicht mehr arg den Kopf zermartern, da ja dann alles türkisch war.

 

……………………………………………………………………………………………………………………………..und Sardinien…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

 

Die Sprachpolitik Atatürks auf Sardinien anwenden zu wollen, wäre in höchstem Maße anachronistisch und gleichzeitig nicht realitätsgetreu, da Sardinien sich in einer völlig anderen Situation befindet, als die Türkei vor fast hundert Jahren. Zudem kann nicht alles, was in der Türkei geschehen ist, als positiv gewertet werden. Allerdings existieren hinsichtlich der Sprachpolitik und der grundlegenden Konflikte einige Parallelen.

Sardinien besitzt seit 1948 ein Sonderstatut, Regione Autonoma Sarda. Es ist nicht von der Hand zu weisen, dass es in Sardinien, seitens verschiedener Parteien und Bewegungen, Unabhängigkeitsbestrebungen gibt. Besonders bei den letzten Regionalwahlen in diesem Jahr konnte man relativ hohe Prozentzahlen bei diesen Parteien verzeichnen, nicht zuletzt durch die Kandidatur der Schriftstellerin Michela Murgia als Präsidentin der Region Sardiniens. Doch auch kleinere Unabhängigkeitsparteien konnten Stimmen für sich gewinnen und Stellvertreter im Regionalen Rat platzieren.

Michela Murgia hat kurzerhand eine Partei zusammengestellt, Sardegna Possibile („Ein mögliches Sardinien“), die aus der Unabhängigkeitspartei Progetu Repùblica de Sardigna (ProgReS) und zwei Kandidaturlisten, Gentes und Comunidades, bestand. Der Unabhängigkeitsgedanke stand hierbei nicht im Vordergrund war jedoch stark impliziert.

In diesem Zusammenhang bemerkte man besonders in diesem Jahr, aber auch in den Jahren zuvor ein starkes Interesse für die sardische Sprache, die in den meisten Fällen in den Programmen von Unabhängigkeitsparteien, aber auch anderen Erwähnung findet.

Seit 1999 versucht man in Sardinien eine einheitliche Schriftsprache zu schaffen. Dies hat zu starken Auseinandersetzungen unter Politkern, Intellektuellen und Sprachwissenschaftlern geführt, die bis heute andauern und an denen die Verfasserin des vorliegenden Textes nicht ganz unbeteiligt war.

Die meisten Förderer der sardischen Sprache sind Menschen, die sich auf ihre Wurzeln besinnen, die sich für Traditionen interessieren und eben eine stärkere sardische Autonomie anstreben. Häufig sieht man sich mit Vorurteilen konfrontiert ein „Separatist“ zu sein, nur weil man Interesse an der eigenen Kultur hegt.

In meinem gesamten Vergleich mit der Sprachpolitik Atatürks möchte ich zwei Punkte hervorheben, die mir äußerst relevant erscheinen. Derlei Vergleiche sind bereits für andere Minderheitensprachen, wie das Katalanische, Baskische, das Papiamentu, das Deutsche in Südtirol und so weiter gezogen worden. Die türkische Sprachpolitik, wie veranschaulicht worden ist, trägt hierbei jedoch ihre Besonderheiten.

Die sardische Sprachpolitik der letzten fünfzehn Jahre hat sich massiv von der Bevölkerung, die diese Sprache letzten Endes aktiver verwenden soll, entfernt. In Sardinien existiert auch eine Art TDK, die den Namen Ufitziu pro sa Limba Sarda trägt. Hier haben verschiedene Übersetzungen in eine Norm stattgefunden Limba Sarda Comuna, die von weiten Teilen der Bevölkerung nicht akzeptiert wird, aufgrund ihres artifiziellen und die italienische Verwaltungssprache imitierenden Charakters.

Man sollte, wie Atatürk und die TDK es taten, Fragebögen erstellen, die Bevölkerung aufrufen zu helfen, man sollte Sprecher involvieren und sie am Sprachplanungsprozess Teil haben lassen, die sardischen Medien sollten auch jeden Tag ein neues Wort abdrucken und an der Revitalisierung der Sprache arbeiten. Man sollte vielmehr die sardische Literatur fördern, Beispiele in altsardischen Texten finden und auch massiv wissenschaftliche Arbeiten in sardischer Sprache fördern.

Punkt 2. Um jedoch nicht eine massive Form des Purismus zu evozieren und dem Nationalismus entgegen zu wirken, sollte man sich bemühen, einen gesunden Mittelweg zu finden. Natürlich keine „Sonnensprachtheorie”. Man sollte  das klare Bewusstsein dafür entwickeln, dass Entlehnungen, Fremdwörter und auch Italianismen im Zuge der Globalisierung ein natürlicher und fester Bestandteil der normalen Evolution einer Sprache sind.

Es sollte bei sardischem „Sprachpurismus“ viel mehr darum gehen, sich auf die Wurzeln zu besinnen und das eigene zu bewahren. Wir müssen keine anderen Wörter verwenden, wenn wir diese Wörter in unserem Gedankengut tragen, wenn sie bereits Teil unserer außersprachlichen Wirklichkeit sind und wir Namen für die Gegenstände haben, die uns umgeben.

… im Übrigen kann auch derjenige stolz sein, der von sich behaupten kann: “Deu seu sardu“.

 

Nachtrag vom 04.01.2015, dank der Unterhaltung mit Prof. M.L. (siehe unten, in italienischer Sprache):

Mein kleiner Artikel hier, der nur oberflächlich einige Punkte anschneidet, dient keinesfalls einer Verherrlichung von Atatürk.

Natürlich bleiben häufig bei Standardisierungsprozessen, besonders in der Vergangenheit bei der Entstehung von Grenzen und “Nationen”, Minderheiten auf der Strecke. Prof.M.L spricht hierbei die Kurden und Armenier an.

Ich bin immer dafür einen gesunden Mittelweg zu gehen und zu schauen welche Fehler in der Vergangenheit gemacht worden sind, aber hierbei nicht zu vergessen, daß man in der Geschichte auch einige positive Dinge finden kann. Ich bin dafür, zu sehen, was wir von anderen abgucken können, aber in unserem Kontext und die jeweilige Situation auch ablehnen können, weil es nicht zeitgemäß ist.

 

 

Unter anderem verwendete Literatur:

Coulmas, Florian (1985): Sprache und Staat. Studien zur Sprachplanung und Sprachpolitik, Berlin-New York: Walter de Gruyter.

Haig, Geoff (1996): „Sprachkontakt und Sprachpurismus am Beispiel der türkisch-osmanischen Sprache“, in: Rostocker Beiträge zur Sprachwissenschaft2, S.59-89, Rostock: Philosophische Fakultät.

Haugen, Einar (1966): Language Conflict and Language Planning. The case of modern Norwegian. Cambridge Massachusetts: Harvard University Press.

Haugen, Einar (1987): Blessings of Babel, Berlin- New York: Mouton de Gruyter

Laut, Jens Peter (200): Das Türkische als Ursprache. Sprachwissenschaftliche Theorien in der Zeit des erwachenden türkischen Nationalismus, Turcologica 44, Wiesbaden: Harrassowitz.

Vachek, Josef (1966): The Linguistic School of Prague, Bloomington & London: Indiana University Press.

 

no ddu bolint cumprendiri

Mi sono cancellata dal gruppo Lingue/limbas… no ddu sciu… de Facebook.

No est stetiu sa primu borta.

Femu in custa truma innatis e mi seu bogada giai una borta poita no ddu boliant cumprendi.

S’ aministradori m’at pregontau de torrai e seu torrada po ascurtai is proprias arrexonadas scimpras che innantis.

Atera genti scidada imoi chi cherrit amparai custa callonada de LSC.

Mi ndi seu arroscia.

No bolint cumprendi poita pigant dinai po dda arampai. E no si moint…

Minca’e cuaddu, mancai nci funt scriendi dexi, doixi, binti, trinta sardus de basciu, narendi ca sa LSC no andat beni, issus sighint a chistionai de sardu unificau, sardu po totus, lingua bandiera.

E dopo la rissa a Capoterra fanno ancora finta di niente…

Se fossi il mio carissimo amico Maurizio direi: ‘Koddatevi’

Ma visto che sono Alexandra dico:

Wer nicht hören will, muß fühlen.