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La confusione linguistica dei politici sardi

DSC01039Vedendo come i politici sardi si muovono quando parlano di lingua sarda, uno potrebbe pensare che sono ignoranti in materia.

Ovviamente, i politici non possono sapere tutto … ma pur troppo, si vede anche, che non hanno gente brava intorno che se ne intende…

…uno peggio dell’altro, senza eccezioni, parlano di lingua standard, di perfezione dello standard, di bilinguismo… e scommetto che tanti di loro non abbiano mai preso in mano il documento della Limba Sarda Comuna.

Ma oggi non voglio parlare solamente della Limba Sarda Comuna e dell’Ufitziu de sa Limbrangheta.

Sarà un testo lungo, ma con questo, una volta per tutte, ce ne possiamo rendere conto del quadro generale della “pianificazione linguistica” e dei modelli linguistici.

Con questi modelli, i linguisti coinvolti, lo stato, i dirigenti, insegnanti, ma anche i parlanti di una comunità linguistica possono analizzare quale fase di processo è già stata raggiunta e quali passi ci sono ancora da fare. Einar Haugen distingue 4 fasi nella sua prima proposta:

“The initiation in the case of linguistic form will be called the selection of a norm, while implementation will be referred to as the codification of form. In the case of linguistic function the initiation will here be known as the elaboration of function, while the implementation will be called acceptance by the community.(1966: 18).”

Cioè:

  1. Selezione della norma, delle regole generali.

  1. Codificazione della norma: Si cerca una corrispondenza coerente tra fonemi e grafemi e di migliorare e anche cambiare la norma scelta. Si creano delle regole grammaticali fisse, un ortografia e un lessico di base (dizionari, grammatiche).

  2. Elaborazione delle funzioni: Si cerca di inserire la norma nella vita quotidiana dei parlanti, in modo tale che tutti i parlanti la possano usare. Si cerca di sviluppare e ampliare il lessico e le forme grammaticali, creare neologismi, creare linguaggi settoriali e terminologie.

  3. Accettazione della comunità: Tutti i passi precedenti sono futili se quest’ultimo punto non andrà in porto. Non è possibile creare una norma scritta per una comunità linguistica che non la usa, presupposto che la comunità abbia l’interesse di scrivere e continuare a parlare la lingua. In più devrebbero accettare la norma in se e le innovazioni, i libri scritti e così via.

Negli anni successivi, Haugen ed altri linguisti come Heinz Kloss e Joshua Fishman per esempio, perfezionano questo modello. Alla fine Haugen presenta il suo Revised Model of Language Planning(1987) La base di questo modello “esteso“ rimarranno ovviamente i quattro punti elencati su.

Language Planning

Form (policy planning)

Function (cultivation)

Society

(Status planning)

Language

(Corpus planning)

  1. Selection

(decision procedures)

a) Identification of problem

b) Allocation of norms

  1. Codification

(standardization procedures)

a) Graphization

b) Grammatication

c) Lexication

  1. Implementation

(educational spread)

a) Correction procedures

b) Evaluation

  1. Elaboration

(functional development)

a) Terminological

modernization

b) Stylistic development

In questo modello si vede che le “fasi“ o i singoli “processi“ di pianificazione succedono quasi sempre contemporaneamente, i punti elencati si possono sovraporre e non devono per forza accadere uno dopo l’altro.

Haugen riassume i punti 1. und 3. Questi punti toccano la società.

  1. Lo Stato, la giunta. Parliamo dell’implementazione tecnica tramite leggi, decreti e delibere e dopo con fondi.

  2. I parlanti che hanno costantemente un influenza sul processo. Possono accetarlo o meno, decidono il prestigio della norma e il suo futuro. Accettano i cambiamenti o meno e certamente cambiano e completano attivamente la norma quando la usano, infatti si tratta della “pianificazione dello status“ (evitiamo la traduzione con “stato“ che potrebbe confondere).

I punti 2. e 4., invece parlano della lingua, del sistema linguistico.

Fanno parte della pianificazione del corpus (anche qui evitiamo la traduzione con “corpo“). Questa parte riguarda le persone ed istituzioni coinvolte ad un livello “meta-linguistico“. Infatti stiamo parlando degli “esperti della lingua“; linguisti, istituzioni linguistiche, docenti universitari, insegnanti ecc. Loro cercano di perfezionare la norma, prendendo in considerazione i bisogni dei parlanti, lo svillupo in generale, la pianificazione della didattica per le scuole ecc. Gli scrittori e giornalisti di solito le danno la perfezione nell’ambito stilistico (Haugen: 1987: 50 seg.)

In questo schema scientifico che fu la base per tanti processi di standardizzazione, si vede perfettamente che il processo di standardizzazione di una lingua (scritta) è in primis un atto socio-linguistico e socio-culturale. Lo stato (facendo tetto alla società e votato dalla società) ha un ruolo molto importante perché deve sostenere la lingua con leggi (e magari migliorando le leggi, decreti, delibere nel tempo). In più deve sostenere le istituzioni, le univeristà, i linguisti, le case editrici con fondi pubblici.

Qui si rischia di confondere la parola “politica linguistica“ con “pianificazione linguistica“. La “politica linguistica“ fa parte della “pianificazione linguistica“ (il policy planning), ma non è la stessa cosa. Invece in Sardegna, spesso e volentieri questi termini vengono confusi, anzi si fa finta che la questione linguistica dovrebbe essere risolta dai politici, funzionari e amministratori pubblici, quando non è affatto così. Addirittura sono loro che dovrebbero fungere a servizio della società.

Lo stato italiano ha dato la base con la legge 482, del 1999 e la Regione Autonoma Sarda nel 1997. Addirittura sono state alcune Regioni, come anche i Friuli Venezia Giulia che hanno spinto lo Stato italiano di rivedere le loro leggi.

A partire da quel momento, la Regione Autonoma ha cercato di fare il primo passo con una “Selezione di norma“, la Limba Sarda Unificada (2001) che fu subito respinta dalla società (linguisti, intellettuali, istituzioni, parlanti ecc.) perché era troppo “settentrionale“, ovvero: “logudorese“ nel sapere linguistico dei parlanti.

Il secondo tentativo, la Limba Sarda Comuna (2006) è stata messa a prova con la funzione di essere “sperimentale“ e solo per i documenti in uscita della Regione Autonoma Sarda.

Norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta dell’Amministrazione regionale. Deliberatzione N. 16/14 De Su 18.04. 2006. Ogetu: Limba Sarda Comuna. Adotzione de sas normas de referèntzia de caràtere isperimentale pro sa limba sarda iscrita in essida de s’Amministratzione regionale.

http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_46_20060428172242.pdf

Questa volta però è stato fondato un Istituzione che si doveva occupare del secondo passo, “la codificazione e anche dell’implementazione della norma”. In colaborazione con la società, L’Ufitziu de sa Limba Sarda avrebbe avuto la funzione di:

Pagina 4 (LSC):

[] – de printzipiare s’isperimentatzione a manera de collire integratziones, modificatziones e irrichimentos;

– de andare prus a fundu, cun istùdios ulteriores, in su lèssicu, sa morfologia e un’ortografia comuna a prus bariedades; []

Custu bollit nai:

Tradurre testi in Limba Sarda Comuna e pubblicarli, aspettare le reazioni della società, discutere e incorporare le critiche e proposte, riproporre e aspettare, sperimentare in alcuni comuni, aspettare le reazioni della società, rivedere la letteratura scritta in sardo, provare nei media, con i miglioramenti le reazioni della società e così via, sostenere tentativi di elaborazione della norma, sostenere le case editrici, aspettare, migliorare e così via … fino a quando si sarebbe arrivati ad una norma che sarà “accettata dalla comunità linguistica“.

Questo però non è avenuto e si è preferito di confondere in continuazione la funzione dei pezzi del mosaico. Infatti, a contrario, le proposte della società sono state ignorate e non hanno avuto da sette anni nessun influenza sulla norma e non è stata cambiata neanche una virgola nel documento della LSC.

In un processo di standardizzazione, l’Ufficio della Lingua Sarda però dovrebbe essere, essendo il “rappresentante“ diretto della Regione Autonoma Sarda, a servizio di tutte le altre istanze che fanno parte del processo di standardizzazione e dovrebbe fungere come un mediatore tra il corpus planning e status planning, invece l’Ufficio della Lingua Sarda si è fatto “capo“ di tutto il processo di standardizzazione, decidendo autonomamente per gli altri. Facendo sì che non possiamo neanche più parlare di un “processo“, visto che non “procede“ assolutamente niente.

Le reazioni degli “esperti della lingua“ e dei parlanti respingono tuttora la norma perché non si è avviato il processo di “normalizzarla“, mettendola in contatto con i parlanti e le istituzioni pubbliche.

Il linguista Roberto Bolognesi, membro di entrambe le commissioni (LSU e LSC) richiede da sette anni degli emendamenti alla LSC che hanno creato una nuova proposta sua; Grafia Sarda Comuna (GSC, si veda il blog del linguista).

Troviamo (2006) una critica linguistica della UNIVERSIDADI DE IS STUDIUS DE CASTEDDU: Cursu de làurea in Scèntzia de sa Formadura Primària Maistaxu Universidàriu de II gradu in: Acostamentu interdisciplinàriu a sa didàtica de su sardu” Documentu de is studiantisasuba de sa lìngua standard LIMBA SARDA COMUNA deliberada de sa GiuntaRegionali:

http://www.comune.escalaplano.ca.it/uls/propostas/lsc/Documentu%20de%20is%20studiantis%20apitzus%20de%20sa%20LSC.pdf

Vari articoli scritti da linguisti come Massimo Pittau, Eduardo Blasco Ferrer, Marinella Lőrinczi, Giovanni Lupinu, Emilia Calaresu e Giulio Paulis e degli studiosi Giulio Angioni e Mario Puddu e così via… l’elenco sarebbe lunghissimo se mettessimo tutti i nomi.

Nel 2009 esce la grammatica: Arrègulas po ortografia, fonètica, morfologia e fueddàriu de sa Norma Campidanesa de sa Lingua Sarda, laddove si propone uno standard della lingua sarda con due norme. Significa che le regole della scrittura sono uguali per tutti, ma che ci sarebbe una coesistenza di forme “logudoresi” e “campidanesi”.

 Nel 2010, la provincia di Cagliari adotta le Arrègulas come norma per la provincia di Cagliari.

Deliberazione del Consiglio Provinciale N°17. Adottata nella seduta pubblica del 17 Marzo 2010. Oggetto: Lingua sarda- Adozione della norma campidanese contenuta nel testo “Arrègulas po ortografia, morfologia, e fueddusu de sa Norma Campidanesa de sa lingua sarda”

http://www.academiadesusardu.files.wordpress.com/2010/04/delibera.pdf

Infine interi comuni come Sinnai, Burcei, Mara, Villasalto e Muravera si sono uniti per fare corsi di sardo, insegnando la norma della provincia di Cagliari. (www.bilinguismuimparis.net

E non parliamo di gruppi pieni nei social network che scrivono solo in “campidanese“.

Ma mi chiedo? Dove sono i politici sardi che parlano di questo fascismo della lingua sarda standard che vorranno imporre così com’è a tutti i sardi che non lo vogliono?

Ahh… non ne sanno niente? e non ne vogliono sapere perché infondo non gliene sbatte niente, altrimenti qualcuno, ma solo uno, scriverebbe nel suo programma linguistico:

  • Rivista della delibera Limba Sarda Comuna

  • Considerazione della delibera della Provincia di Cagliari

  • Garantire uno svolgimento della pianificazione linguistica democratica e chiara.

  • Garantire che le leggi e le delibere vengano seguite, così come sono state implementate dalla giunta stessa o dalle giunte precedenti.

  • Emanare delibere aggiuntive.

  • Garantire un meccanismo di controllo composto da linguisti, intellettuali, scrittori e così via che colaborano con i funzionari, amministratori e operatori.

  • Scrivere un programma per garantire che ci saranno dei fondi e specificare per che cosa verranno usato i fondi.

  • Sottolineare che i fondi non vengano usati per persone singole, ma per progetti che riguardano la società.

  • Incaricare un gruppo di controllo per la codification che è mancata negli ultimi sette anni, prendendo in considerazione le “reazioni” degli intellettuali e parlanti.

  • L’Ufficio della lingua sarda dovrebbe sviluppare delle regole di approccio che vanno seguite, visto che tanto nessuno potrà imprare lo standard in tempo breve.

  • La norma “di approccio“ e man mano la versione controllata, emendata e migliorata, dovrebbe essere sperimentata in primis nelle scuole.

  • Qui si dovrebbe garatire di non distruggere la “scuola impropria“ (il contatto con i parlanti: nonni, zii, vicini di casa), di avere uno standard scritto “di approccio” che non si allontani troppo dai parlanti locali.

  • Nelle univeristà ci dovrebbe essere costantemente la possibilità di potersi laureare nella materia “Filologia sarda“ (lingua, cultura e letteratura scritta in sardo).

  • Si dovrebbero creare dei gruppi d’insegnanti e offrire corsi di formazione nelle università anche per loro, così come si è cercato nel progetto Formazione Insegnanti Lingua Sarda FILS (progetto assolutamente fallito).

  • Ogni scuola dovrebbe avere la possibilità di scegliere come inserire il sardo. E ovviamente essere sostenuti con fondi. Non solo le scuole che insegnano il sardo scritto, ma anche se ci sono dei volontari, parlanti del sardo, che farebbero dei giochi usando il sardo orale del paese.

  • Le scuole e i genitori dovrebbero avere la libertà di scegliere tra vari modelli d’introduzione del sardo. Come extra fuori dagli orari, come materia aggiuntiva (lingua e letteratura sarda) o come lingua “di traffico“ in altre materie a scelta (50% – 100%).

  • Le case editrici, giornali, televisioni ecc. dovrebbero ricevere dei fondi se pubblicano in sardo (testi primari e traduzioni), non solo usando la norma della Regione, ma anche altre norme che comunque seguono delle regole di base che tutte le proposte di standard hanno in comune.

  • Evitare delle “elite“. Se lo standard non è bilanciato tra le varie zone, si potrebbero creare dei parlanti di serie A e B.

  • Coinvolgere in progetti gli anziani nei paesi, gli sportelli linguistici, gli uffici linguistici, le Proloco e i genitori in serate informative per anche migliorare la toponomastica e i cartelli stradali delle biddas.

  • ECC…

Certamente alcuni di questi punti si possono trovare nei programmi politici, ma nessuno si esprime in maniera chiara, come vorrebbero migliorare lo standard scritto e come lo vorrebbero diffondere.

E invece di leggersi due o tre cosettine, o invece di chiedere gente che se ne intende, i politici sardi creano confusione.

E chi cavolo voti se sei linguista? 

  • Haugen, Einar (1966): Language Conflict and Language Planning. The case of modern Norwegian. Cambridge Massachusetts: Harvard University Press.

  • Haugen, Einar (1987): Blessings of Babel, Berlin- New York: Mouton de Gruyter.

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12 thoughts on “La confusione linguistica dei politici sardi

  1. eh…no est chi Alexandra no tengat arrexoni….deu dd’apu semper nau chi est mancada una micro-pianificatzione de acostai a sa macro, s’una e s’atera a solas no ndi bogant peis!

  2. Leggendo dei lavori più o meno recenti su questioni di emancipazione e di revitalizzazione delle lingue regionali o minoritarie, emerge una visione diversa dei processi da come era stata presentata ed anzi impostata da Haugen ed altri. Da allora i rapporti di forza tra le lingue è cambiata, l’analfabetismo del mondo ‘occidentale’ ed europeo si è ridotto a quasi zero, sebbene avvenga nelle lingue di maggior prestigio (trascuro l’analfabetismo di ritorno o la questione dell’abbandono scolastico in età adolescenziale che ha ragioni social-culturali ed economiche molto complesse). Attualmente questi processi (dell’emancip./revitalizz.) sono considerati diversamente, molto diversamente. E non è un modo dell’ultimissima ora o dell’ultima moda accademica. Purtroppo da questa parti non si vuole leggere o studiare ciò che non conviene. In fondo sia la concezione sottostante alla LSC (o alle altre varianti) sia le modalità di imposizione top-down da parte di istituzioni e du loro rappresentanti inadeguati, è obsoleta. Ma lascio la parola ad altri:

    Language Policy June 2007, Volume 6, Issue 2, pp 203-224
    Sue Wright, The Right to Speak One’s Own Language: Reflections on Theory and Practice [buona parte del lavoro risale al 2004!; purtroppo non ho il pdf per citarne altre parti, ad esempio le conclusioni, dovrei scannerizzarle]

    Abstract: The right to speak one’s own language is a right that has only recently been enshrined in law. At first this right was only a negative right (i.e. the right to use one’s language in the private sphere without persecution or prejudice), not a positive right (i.e. the right to use one’s language in the public space, to be educated in the language, to deal with the state in the language, etc.). As the Council of Europe’s Charter for Regional and Minority Languages has been accepted and become law in a number of European states, we encounter a dilemma. In Europe, institutions such as the courts, bureaucracy and education, have tended to use a single standard. Now, minority and regional languages are rarely standardised. What should be done? This paper considers how languages have been treated as defined and static systems for the purposes of nation state language planning. Data from Italy and France reveal that this has become unacceptable practice today. It is at odds with our greater acceptance of diversity and our recognition of the essentially dialogic nature of language.
    —————-
    Oppure: Standardisation, prescription and polynomie: can Guernsey follow the Corsican model?, di Julia Sallabank, Endangered Languages Academic Programme, School of Oriental and African Studies,
    Thornhaugh Street, London, UK
    Current Issues in Language Planning. Vol. 11, No. 4, November 2010, 311–330

    Minority-language planning and efforts to revitalise endangered languages have been
    criticised for following a model of language planning common to majority languages,
    i.e. promoting a prescriptive standard which reproduces hierarchies and hegemonies
    and diminishes linguistic diversity. An alternative is the concept of ‘polynomic’
    languages, a pluralistic model of language without a single prestige variety or
    functional distinctions. This model is used in the teaching of Corsican. Research into
    the indigenous language variety of Guernsey reveals ‘folk linguistic’ acceptance of a
    regional variation as a source of richness, which suggests that a polynomic approach
    might be applicable. At the same time, notions of ‘right’ and ‘wrong’ are ingrained
    from Western-style education. Linguistic purism is also on the increase in reaction to
    perceptions of language change. This paper compares language planning in Guernsey
    and Corsica in the light of these challenges and discusses whether a polynomic model
    of language planning is feasible in such a context.

    Quest’ultimo ce l’ho anche in pdf, per chi lo volesse. Da notare che la rivista in questione circola pochissimo in Italia. Da noi non c’è. Da noi invece si importano le interpretazioni distorte della teoria polinomica di Marcellesi, senza nemmeno nominarlo.

  3. Correzioni: i rapporti di forza tra le lingue è cambiata —> sono cambiati
    è obsoleta —> sono obsolete
    Chiedo scuso, è la fretta.

    • Cara Marinella.

      Meno male che ho tolto la parte dove parlavo di Hvrànek e poi della turchia ed Atatürk 🙂

      Sì, lo so… su facebook mi stanno bombardando già da tempo con Sue Wright e la teoria del pluricentric e pluralistic standard… (o non standard… infondo… se non si crea, la parola si scioglie in se stessa) e mi sta anche bene. Ammetto di non averlo letto tutto, solo estratti, ma grazie della segnalazione… infatti ritornerà sulla “to do list”.

      Ho dato l’esame di laurea un paio di anni fa sull’inglese parlato in Africa (Cameroon, Sierra Leone ecc.) laddove, presumo fino adesso, non hanno un African Standard English, mentre il gap tra l’inglese che parlano e l’inglese “standard scritto” (BE nel maggior numero dei casi) è molto grande. Cosa succederà? Credo che nasca un nuovo “standard” d’inglese scritto ed è giusto che sia così.

      Scrivo molto su le isole ABC, doppie norme, standard aperti… e anche qui parlo di “standard apporissimativo” che alla fine, i parlanti secondo me, standardizzano da solo… non ci vuole niente.

      Credo che sia abbastanza chiaro nei miei post che non sono una massima seguitrice del language planning stretto, altrimenti non accetterei neanche l’idea delle Arregulas… e se i sardi potessero votare e votassero “donnia unu in bidda sua”… mi starebbe anche bene… sono aperta ad ogni cosa, infatti, abbiamo creato un nuovo movimento, il gruppo che conosci: “Bilinguismu democràticu”

      Infatti, parlo e scrivo spesso d’identità dei parlanti e così via… e del fatto che non stiamo più lì a conquistare paesi ed a imporre la LINGUA algi altri.

      Ciò che però, secondo me, il modello di Haugen rende molto meglio di altri è che in un processo di arrivare ad una lingua codificata, che può durare tanto tempo, nolens volens, ogni uno ha la sua funzione. Visto che qui, coloro, tipo Corongiu e Company…, che sono alla punta dell’Iceberg, non hanno neanche capito il sistema di standardizzazione postfascista… lo trovavo un pochino più utile chiarire che… se già li dobbiamo sopportare… almeno che facciano le cose come glielo chiede il sistema nel quale si stanno muovendo loro.

      Non so se capisci cosa voglio dire… ma credo di sì 🙂 se almeno la gente inizia a capire le basi del language planning, arriva anche al resto… altrimenti significa che la Wright non ha citato Haugen e questo, credo, è molto improbabile…

      Mi fa piacere che scrivi nel mio blog e accenni questi aspetti che io spesso mi dimentico anche … a bellu a bellu… Roma no dd’ant fatu in d-una dii.

  4. Invece è proprio così, non cita Haugen, l’ho appena controllato, e certamente non per ignoranza. Del resto, Wright e tanti altri sono soltanto le manifestazioni di una stessa tendenza teoretica e pratica di privilegiare nell’immediato la revitalizzazione e di rinviare la eventuale standardizzazione. La prima è molto più difficile della seconda e non offre la visibilità della seconda, legata al potere, al danaro, al divismo, all’autorialità o paternità, riconoscimenti ai quali ambiscono certuni: lasciare un segno di sé nella storia. Ma a parte questo, che è un segno dei tempi, la teoria del dialogismo riconosce il valore linguistico, patrimoniale, coesivo a livelli microcomunitari e familiari, del discorrere, parlare, raccontare, conversare nella propria varietà, in un contesto storico e (multi)linguistico in cui una lingua sovraregionale garantisce già, più o meno, la comunicazione a un livello più ampio e più prestigioso. È impossibile esaurire l’intera problematica inclusa nel dialogismo in poche parole, ma se non altro serve a indicare anche che la via migliore non è quella della violenza e della sopraffazione e dell’imposizione, ma del riconoscimento dei diritti di tutti che si devono democaticamente manifestare ed accogliere, come dici anche tu, nel dialogo.

    • Ho capito e lo trovo molto iinteressante… Lo vedo però molto difficile per la situazione nella quale ci troviamo adesso… comunque, cercherò di trovare il libro della Wright qui e mi farò un impressione. Noi, come sai, il nostro gruppo, in questo momento sta infatti cercando di trovare alternative… sinceramente, già Haugen è un alternativa democratica a ciò che succede in Sardegna… assurdamente. Forse qualcuno farà una proposta con sotto le teorie di Wright… forse tra qualche mese sarò io stessa… o chissà. Noi, in questo momento stiamo buttando insieme idee… ci vedremo il mese prossimo. Come sai, sei invitata. Si bieus.

  5. PS. Le ufficialità turche, per lo meno attualmente, non tollerano il concetto di minoranza, immagino per via delle implicazioni quantitative transfrontaliere. Avrei un articolo recente su quest’argomento. Se ho ben capito, preferiscono ‘etnie’ che non quantifica e non crea opposizione con una ‘maggioranza’, ma che descrive qualitativamente la diversità individuale e di gruppo (culturale, linguistica, religiosa) che può costituire oggetto di tutela.

    • Certamente i turchi cagano fuori… era solo che sotto Atatürk ci è stata diciamo per la prima volta una sorta di ‘language planning’ reale, ovviamente per imporre a tutti le lettere latine E sostituire quelle arabe.

  6. Approfondirei un tantino il discorso, così a memoria, dunque con lacune importanti. La sostituzione, per il turco, dell’alfabeto arabo con quello latino, s’iscrive in un processo di lunga durata, credo iniziato più o meno nel XVIII secolo, di un certo tipo di occidentalizzazione della Turchia. Il momento, cioè il secolo, coincide anche coll’inizio della lenta ma definitiva decadenza della Turchia come potenza o impero europeo e mediterraneo. Un processo del genere ha interessato anche le aree romenofone, per lo meno quelle che non facevano parte dell’impero russo, che ha implicato anche un lungo processo di sostituzione del cirillico col latino, il che è avvenuto senza decreti se non nella fase ultimissima, se non ricordo male, quando il gioco praticamente era già fatto. In quel momento è iniziato il caos totale perché si confrontavano i sostenitori di una scrittura etimologica, latineggiante, con opinioni più moderate, di compromesso ecc. Anche questo è durato molto tempo e dopo il 1989, per sradicare la cosiddetta ortografia ‘comunista’, sono stati reintrodotti alcuni criteri etimologici ed altre aberrazioni che hanno messo in difficoltà una generazione di giovani.
    Per quanto riguarda la Turchia, sarei più cauta, in quanto la Grecia ed altri paesi dell’UE hanno una politica di intolleranza interna che l’UE non contrasta affatto. Farne la storia è un conto ma vederne le manifestazioni attuali non mettono in cattiva luce la Turchia, anzi. Oltre la Turchia inizia un mondo indo-asiatico sconfinato di cui possiamo percepire soltanto con grande difficoltà le problematiche ‘etniche’, in quanto ciò che emerge è anzitutto la diversità religiosa o confessionale aventi aspetti che mettono in secondo piano la differenza linguistica. Haugen ed altri hanno ragionato anzitutto retrospettivamente (cosa è successo per le lingue europee maggiori?) e poi eurocentricamente, come se questo dovesse essere l’unico modello valido. Nonostante tutti questi sforzi il norvegese conserva e sviluppa più standards. The Norwegian broadcasting corporation (NRK) broadcasts in both Bokmål and Nynorsk, and all governmental agencies are required to support both written languages. Bokmål is used in 92% of all written publications, Nynorsk in 8% (2000). E poi ci sono altre varietà ancora. Ecc. ecc. Ricordo questo non perché debba servire come modello, ma perché semplicemente esiste.
    Tornando alla Sardegna, da Soru in poi, con qualche innegabile risultato positivo ma di poca incidenza sociale, il processo emancipativo è stato gestito dilettantescamente e con arroganza (top-down tra il grottesco e il provinciale). All’università si volevano delegare, tramite la concessione di finanziamenti, compiti nuovi che essa non aveva affrontato e gestito quasi mai, e che si dovevano semmai mettere a punto piano piano per non creare ulteriori problemi, ma comunque per obiettivi non ben definiti. La Regione ha ottenuto il magnifico risultato di mettere in contrasto le univ. di Cagliari e di Sassari, donde si è creata la strabiliante vulgata che a Cagliari sanno insegnare in sardo – di punto in bianco – a Sassari no; tanto la lingua ‘materna’ uno o ce l’ha dentro o non ce l’ha (cascami di innatismo, Volksgeist e continuatori). Vulgata sottolineata da recenti esternazioni di parte, secondo le quali a Cagliari sono bravi e buoni e competenti (quelli che assecondano la Regione, ovviamente) e a Sassari al contrario. Senza minimamente tenere in conto, perché tanto alla Regione interessava poco (per lo meno a quel determinato Ufficio) la difficile situazione che tutta l’università italiana e in particolare quella cosiddetta ‘meridionale’ sta attraversando. Peraltro, a mio avviso il prof. Mastino – che a modo suo sarà un amante ed estimatore della Sardegna dal momento che se s’è occupato professionalmente – ha fatto benissimo ad additare chi ritiene che il sardo, così com’è, equivalga ad una “accozzaglia di dialetti”, condizione emendabile soltanto attraverso le operazioni standardizzanti, forzate ed in ultima (ma forse in prima) analisi discriminanti e volutamente tali. “Accozzaglia di dialetti” – bisogna ricordarselo; “accozaglia” significa, nei dizionari, “ammasso disordinato di cose o persone, opp. raggruppamento indiscriminato e disparato di cose o persone: un’a. di oggetti inutili, un’a. di delinquenti”. E bisogna continuare a ricordare la scandalosa ridicolaggine del milione e rotti spesi per lo spot pubblicitario.
    Avvertitemi per la riunione, se posso ci vengo. E scusate gli eventuali errori. E anche la lungaggine, ma le cose sono complicate.

  7. Pingback: Risposta a Omar Onnis ed altro … | Alexandra: Arrexinis e Arrexonus

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