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Ciò che Giuseppe Corongiu non dice … e non sa (V)

Bene, qualche giorno fa, Pepi ha presentato il suo libro… e scommetto che c’erano tutti i suoi amicchetti che hanno parlato solo bene del suo libro, ma lasciamo perdere…

… visto che a noi interessa ciò che Pepi non dice perché gli fa comodo e quello che non sa perché non è informato bene sulla linguistica.

Secondo me, non ha neanche letto tutti i libri dei quali sta parlando. A volte ho persino l’impressione che abbia fatto un pochino copia – incolla dal blog di Bolognesi, senza aver mai letto veramente i testi, infatti così ha funzionato il trucchetto di non dover mettere le fonti e non citare.

Oggi parliamo di Max Leopold Wagner e della tesi dell’arcaicità del sardo.

Wagner e altri, e penso ai grandi Romanisti tedeschi come Walther von Wartburg, Heinrich Lausberg e Wilhelm Meyer-Lübke e così via non avevano lo scopo di dire che il sardo fosse la lingua più “arcaica” in generale.

A me, all’univeristà, non hanno insegnato che il sardo fosse la lingua più “arcaica” e credo che non si faccia neanche in Sardegna.

Ci hanno insegnato che nel sardo si trovano delle caratteristiche che nelle altre lingue romanze sono scomparse e che nel sardo esistono parole che non abbiano subito un cambiamento nel loro uso o che altre parole non le abbiano sostituite, sempre in riguardo alle altre lingue romanze.

La Romanistica, non si occupa mai solamente della singola lingua romanza, ma dello sviluppo delle lingue romanze dal latino ad oggi. La relazione tra il latino e le lingue romanze è indispensabile per un Romanista.

Ovviamente Wagner e gli altri Romanisti vedevano ed erano prevalentemente interessati nella relazione tra l’italiano e il latino, tra lo spagnolo e il latino, tra il sardo e il latino … e poi entrando persino nei dettagli, troviamo addirittura dei libri che parlano della relazione tra il latino ed il lucano, il latino e l’occitano della Gascogne … e così via.

Se leggiamo Heinrich Lausberg, Romanische Sprachwisseschaft I-III, Berlin: De Gruyter… vediamo che paragona tutte le lingue romanze con il latino. Dimostra come i cambi fonologici dal latino e latino volgare siano avvenuti, il risultato sono le lingue romanze. Qui, nei libri di Lausberg, troviamo infatti le traccie del latino per tutte le lingue romanze, non solo per il sardo.

La sua definizione per “arcaismi” è la seguente:

“Der geographische Stillstand einer Neuerung läßt ‘archaische’ (von der Neuerung nicht erfaßte) Zonen im Sprachraum übrig”. (I,17).

Traduzione mia: “Una zona geografica che resiste ad una innovazione, lascia delle zone ‘arcaiche’ (che non hanno subito l’innovazione) nell’area linguistica”.

Addirittura, mette anche le virgolette alla parola: ‘arcaico’.

A partire dal millenio e con la discussione del sardo e la sua standardizzazione, si è cercato di fare del tutto per “liberare” il sardo dal cliché di essere solo ed esclusivamente “arcaico”, dimostrando che il sardo fosse anche molto moderno. E ben vengano le nuove ricerche.

Ovviamente Guido Mensching, Peter Koch e Thomas Krefeld (e gli altri che hanno participato alla Conferenza qui a Berlino), menzionati da Corongiu, non avrebbero mai osato di dire che Wagner e Lausberg erano dei “bugiardi”.

E non hanno negato le vecchie tesi, ma parlano prevalentemente di nuove definizioni, parlano di altre soluzioni e certo, in qualche caso ovviamente, oggigiorno con il computer si può fare molto di più e qualche tesi magari l’hanno anche criticata o cambiata.

Peter Koch scrive:

“A ogni buon conto, la risposta dipende soprattutto dalla nostra definizione di ‘arcaicità’ oppure di ‘conservatorismo’. Mensching (in questo volume)
distingue quattro accezioni diverse del termine ‘arcaicità’ nella letteratura sull’argomento:
(A) presenza di caratteristiche del latino meglio conservate in sardo che non
nelle altre lingue romanze;
(B) conservazione di elementi del latino scomparsi in (quasi) tutte le lingue
romanze;
(C) conservazione di elementi appartenenti ad uno strato relativamente antico del latino, scomparsi o no nelle altre lingue romanze;
(D) presenza di elementi latini che si riscontrano anche in altre aree marginali e isolate della Romània.”

http://www.sardegnadigitallibrary.it/mmt/fullsize/2010072213042400039.pdf (p.67)

Tra l’altro nessuno di questi studiosi tedeschi menzionati su, mette in dubbio l’esistenza del logudorese e del campidanese, tranquillamente parlano di queste macrovarietà… ma questo, Pepi non lo dice.

Ergo, se cambiamo la definizione (o le definizioni) non significa che le “vecchie definizioni” erano false seguendo la loro logica nel loro tempo.

La linguistica ha due basi fondamentali, la sincronia e la diacronia e dobbiamo sempre pensare in quelle dimensioni.

E che cosa hanno scoperto? Che il sardo non fosse più “arcaico” delle altre lingue romanze?

Abbiamo già chiarito che neanche questo i Romanisti del passato l’hanno detto. Parlano dei tratti che troviamo solo nel sardo, così come in altre occasioni parlano di altri tratti “arcaici” che troviamo in altre lingue romanze e nei loro dialetti.

Per ciò, per i Romanisti del passato, il sardo era sempre una lingua “normale” tra le altre lingue romanze, non più e non meno normale.

Corongiu:

“Se il sardo fosse una lingua ‘normale’ come le altre, con i suoi arcaismi e i suoi modernismi, non avrebbe lo stesso mercato accademico europeo e mediterraneo perché mancherebbe di carattere tipologico. Insomma, Wagner ha bisogno di questo luogo comune della lingua sarda …” (pag. 103)

“Non usano mai argomenti scientifici, solo preguidizi capziosi creati, o diffusi, da loro stessi. In realtà però agli accademici il sardo serviva, altrimenti molte catedre sarebbero vuote. […] Doveva essere, secondo questa strategia, buona da un lato per rivendicare le cattedre e un certo orgoglio italo “regionale”, difettosa però nell’uso perché doveva essere divisa, arcaica, grezza, pastorale, rurale […].” (pag 116).

Cioè, i Romanisti hanno tutti creati le loro catedre sul “carattere tipologico” del sardo?

Sta parlando veramente di “mercato accademico” del sardo? È assurdo!

I Romanisti di solito hanno studiato l’italiano, francese, spagnolo, portoghese ecc. e le catedre le prendono per quelle lingue. Magari… sarebbe bello se qualcuno con la Sardologia e linguistica sarda solamente potesse fare soldi.

Torniamo a Wagner e le sue tesi. Ciò che mi stupisce è che Pepi critica a Wagner, mentre la LSC segue perfettamente ciò che Wagner ha detto. Il sardo “comune”, sa LIMBA e quello che scrive Pepi e i suoi amicchetti, è sardo settentrionale ovvero: LOGUDORESE.

Ahh, dimenticavo… il logudorese e il campidanese non esistono. Leggete il mio post precedente e rispondete alle mie domande.

A parte questo però, vorrei difendere un pochino a Wagner perché il discorso di Pepi (e spesso anche di Bolognesu Blog) su Wagner, non mi piace.

Wagner ha cercato di descrivere ciò che vedeva e ciò che gli raccontava la gente. Come vedeva le “cose”.

Esiste un libro di Eugenio Coseriu “Die Sachen sagen, wie sie sind” (1997). Traduzione: “Dire le cose, così come sono”.

Il concetto di “cose” era di cose “toccabili”, “individuali” e “soggetivi” dal punto di vista dei parlanti e dei Romanisti stessi.

Intanto è vero, ciò che dice Corongiu, non avevano i metodi per fare delle analisi al computer…

…  ma questo non significa automaticamente che nel loro tempo, quella non fosse stata la realtà e la verità delle “cose”, senza attribuirli di aver avuto dei pensieri o intenzioni che definiscono la nostra società oggigiorno.

Per ciò ritengo che Corongiu sia molto anacronistico.

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La frase “razzista” che conoscono tutti di Wagner è quella di “Reisebilder aus Sardinien”, pubblicate nella Braunschweiger Zeitung Globus: Illustrierte Zeitschrift für Länder und Völkerkunde (1907-1908) ed in Deutsche Rundschau für Geographie (1913-1914).

A quanto pare l’unica frase che viene citata in Sardegna per sostenere che l’arcaismo del sardo fosse tutto solo dovuto al razzismo di Wagner e per dimostrare che il logudorese è il sardo più puro e più bello.

“Il sardo dei monti è un tipo totalmente differente dal suo fratello della pianura. Mentre quest’ultimo è di statura piccola, colorito pallido, carattere servile e tradisce chiaramente l’impronta spagnola, il sardo dell’interno è alto, con il sangue che gli si gonfia e ribolle nelle vene, ed è affezionato alla sua vita libera e indomita a contatto con la natura selvaggia. Egli disprezza il sardo del meridione, il Mauréddu, nome con il quale nel Nuorese vengono ironicamente chiamati tutti gli abitanti della pianura. Non c’è alcun dubbio che in queste montagne l’antica razza sarda si sia conservata di gran lunga più pura rispetto a quella della pianura, ripetutamente sommersa da nuovi invasori. Anche la lingua è qui più bella e più pura; è un dialetto virile ed armonioso, con bei resti antichi e una sintassi arcaica, quello che sopravvive in questi monti, con sfumature che variano di villaggio in villaggio.” (pag. 76).

È vero, l’ha scritto veramente… a me non piace, visto che trovo i sardi meridionali alquanto belli e sexy, ma de gustibus…

Per Wagner, Bitti è rimasto uno dei paesi più “arcaici” e “isolati” e “puri” perché Bitti ha mantenuto delle traccie abbastanza evidenti del latino e qui siamo perfettamente nella definizione di Lausberg e in quella di quei tempi.

Ma attenzione, Wagner non descrive solo le sue impressioni, ma anche ciò che gli ha detto la gente.

Vogliamo ignorare il fatto che la storia del “Maureddu” gliel’hanno raccontata i sardi stessi.

Loro gli hanno detto come chiamano “il fratello della pianura”, mica se lo è inventato Wagner.

Ehhh… gli altri cosa dicono degli altri? Impica babu, cabillu… ahh sa nexi de Wagner de totu su ratzismu in Sardinnia?

Il razzismo in Sardegna, esiste ancora…e la LSC è il miglior esempio.

E… se vediamo il lavoro di Bolognesi / Heeringa, Wagner ha avuto anche ragione. Il dialetto più vicino al latino in Sardegna è quello di Bitti e poi vediamo quello che segue, sono dialetti settentrionali. La lingua più vicina al latino (che sorpresa) è l’italiano. Ma questo, automaticamente, ci dimostra che i dialetti più vicini al latino, sono anche più vicini all’italiano.

http://www.sardegnadigitallibrary.it/mmt/fullsize/2010011412224500014.pdf (pag.132).

E così, i sardi meridionali diventano le belle vittime… o per dirla veramente, se la prendono in culo due volte: Perché sono più lontani dal latino e non così belli puri come i settentrionali…  e per quanto riguarda la lontananza dall’italiano, proprio per questo gli si può attribuire di essere dei separatisti, degli “orientalisti”.

In Sardegna, da alcune descrizioni delle “cose” di Wagner ed altri, si sono creati durante gli anni, generalizzando, non leggendo bene i testi ecc. dei “luoghi comuni” o ciò che io chiamerei “argumentum ad populum” ( è un tipo di fallacia di consistenza nella quale si afferma che una tesi sia corretta perché è sostenuta da un gran numero di persone).

Non significa che tutto ciò che fu scritto dagli accademici, fossero state delle “bugie”… e certamente è doveroso rivedere alcuni testi e rianalizzarli come stanno già facendo tanti studiosi… ma un pochino di rispetto e leggere tra le righe, vedendo le persone nel loro contesto, per uno che si è fatto tutta la Sardegna in bicicletta e che poi ne ha scritto più di 400 testi, me lo aspetterei, caro Pepi.

Conclusione:

Sì, Wagner era un purista e cercava la latinità perché in quei tempi era ancora più importante questo aspetto nel vedere le “cose” e nel paragonare le lingue romanze tra di loro.

È anche vero che secondo Wagner, il sardo più “puro” era quello dei pastori e quello rurale… ma questo non significa che lui avesse avuto l’intenzione di “ghettizarlo” e che abbia criticato a Araolla per evitare che cinquanta anni dopo nasca la Limba Sarda Comuna.

Intanto dice anche che per i sardi stessi, il sardo “letterario” suonava strano. Secondo me perché già lì si cercava di scimmiottare l’italiano come fanno coloro che usano la LSC. Che strano… vero?!

Eja, Wagner ha detto che non si poteva immaginare che il sardo potesse avere una lingua della poesia, ma ragazzi fino agli anni 50 del secolo passato, la maggior parte dei sardi, non sapeva neanche scrivere.

Mahhh… e poi… gli vogliamo rimproverare a Wagner che non abbia analizzato che il sardo abbia anche addottato molte innovazioni come:

televisori, aereu e telefoneddu? Vogliamo veramente discutere sui “modernismi” del sardo che Wagner ha completamente ignorato?

E intanto… con tutte le critiche che Corongiu fa a Wagner…

… la LSC rispiecchia tutti gli “argumentum ad populum” che sono nati nel tempo…

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9 thoughts on “Ciò che Giuseppe Corongiu non dice … e non sa (V)

  1. Gentile Alexandra, mi sembra chiaro che quello di Giuseppe Corongiu è un libro che nessuna casa editrice con un comitato scientifico degno di questo nome pubblicherebbe. Non è né un libro di linguistica né un libro polemico ben documentato e approfondito, un reportage di alto livello. Ed è chiaro che serve per la politica, ma di basso livello: è un’autocelebrazione sgrammaticata e goffa, serve per far vedere quanto abile e illuminata è stata l’azione di questo Pompeu Fabra sardo, cui la Regione dovrebbe assegnare un incarico a vita con uno stipendio adeguato. Ed è chiaro che intorno a questa figura gira un mondo di persone, non tutte del tutto disinteressate, ma questo è normale. Un po’ di stupore mi fa Vito Biolchini che scrive la postfazione, ma avrà le sue ragioni.
    Io il libro non lo ho letto: mi interesserebbe sapere cosa dice di un argomento di cui non si parla più, il famoso Atlante Toponomastico Sardo. Si è spesa una marea di soldi, ci si sono ficcate dentro le due Università (quelle che si criticano solo quando fa comodo, non quando si dovrebbe), grandi nomi, convegnini e convegnetti. Ma dove sono i risultati? In biblioteca non ho trovato niente. E l’altro atlante, l’ALIMUS, a che punto è? Ecco cosa ho trovato su internet, pubblicato, chissà perché, su un sito di politica:
    http://www.sardegnademocratica.it/culture/alimus-il-primo-atlante-linguistico-sardo-1.24969
    Leggo: “Gli Atlanti di nuova generazione, come l’ALiMuS, detti Atlanti parlanti, hanno un vantaggio rispetto agli Atlanti classici su forma cartacea: non è necessario aspettare la fine di tutte le inchieste per avere accesso ai dati.”
    Benissimo, fateci accedere. Così vediamo come nell’era Corongiu sono stati spesi i soldi per la lingua sarda.

  2. Quell’articolo è di due anni fa. Intanto esiste già Vivaldi:
    http://www2.hu-berlin.de/vivaldi/index.php?id=0002&lang=it
    Ma l’aggiornamento avverrà, forse, al convegno di Gorizia, che inizia domani, “Minoranze
    linguistiche storiche in Italia: buone pratiche a confronto nella promozione linguistica e culturale”, dove interverranno Vittorio dell’Aquila – Centre d’Études Linguistiques pour
    l’Europe e Carlo Zoli – SmallCodes S.r.l, “Tecnologia informatica applicata alle lingue meno
    diffuse”.

  3. Appunto: convegnini e convegnetti. Mi permetto però di insistere, perché la questione meriterebbe un’interrogazione in Consiglio regionale. Che fine ha fatto l’Atlante Toponomastico Sardo, che è stato uno dei fiori all’occhiello delle politiche di promozione della lingua sarda in tempi recenti? Sarà l’ennesima incompiuta? Non è possibile saperne qualcosa di preciso?
    http://exxworks.wordpress.com/2011/05/06/carneade-o-l%E2%80%99atlante-toponomastico-sardo/

  4. Non sono ne sardo ne italiano, e non ho letto il libro di Corongiu.. non so cosa faccio qui 😉

    Vorrei soltanto sottolineare che gli “argumentum ad populum” sono tra noi e che un luogo comune e non altro è quello che tu Alexandra hai rispecchiato quando poco tempo fa hai affermato altrove, nel tuo lodevole intento di difendere il Campidanese, che il ligure (tabarchino) è ‘tecnicamente un dialetto dell´italiano’

    tanti saluti

    • Ciao. Io parto da altri presupposti. Per me ogni parlata a base latino volgare è un dialetto primario. Da questi dialetti primari nascono delle lingue storiche. Questo processo l’ho descritto in un articolo che si chiama “perché il sardo è una lingua”. Ecco. Il tabarchino potrebbe diventare anche una lingua storica se lo vuole la politica, i parlanti e gli altri fattori che ho menzionato in quell’articolo. Fino quando non accade quello, il tabarchino rimane un dialetto del ligure. Se ti piacce di più che dica ligure invece di italiano, va bene, ma non fa parte del sistema linguistico sardo, come i dialetti sardi. Mica è un insulto. Se noi parliamo però della standardizzazione del sardo, il tabarchino non c’entra niente. Entra solo in gioco se vogliamo parlare di come gestire le altre lingue minoritarie in Sardegna o le varie parlate in Sardegna. Non confondiamo queste due dimensioni diversi. Io critico nella standardizzazione che il campidanese venga trattato come sardo di classe b. Guarda che ho amici che parlano il tabarchino e hanno una coscenza linguistica molto alta e sono a favore di mantenere questa ricchezza linguistica,ma nella discussione tecnica della standardizzazione del sardo il tabarchino rimane fuori come l’algherese. Spero di essermi spiegata. 🙂

  5. grazie della tua risposta, ti sei spiegata.
    Sono d´accordo che il tabarchino non c´entra nella standarizzazione del sardo; la mia risposta non nasceva dal fatto che il tabarchino venga “lasciato fuori” di questo processo, (e poi questo sarebbe stato un off-topic) ma dal fatto che per evitare che il campidanese venga considerato di serie B, non c´era bisogno di mettere (in un altro blog) il tabarchino nella serie C 😉
    Perchè l´importante non è quello che piace o dispiace a me, ma che il tabarchino è un dialetto ligure (e non italiano) cosí come il campidanese è un dialetto sardo (non italiano) e la lingua del mio paese un dialetto catalano (non spagnolo).

    fins aviat!

  6. Alessandro Sanna si chiedeva come e con che risultati si spendono i fondi regionali per la promozione del sardo. A questo proposito apprendo ora che uno spot regionale sul e in sardo (non so esattamente di che tipo, comunque del tipo settentrionale), della cui esistenza sapevo, è costato un’enormità di soldi (questo non lo sapevo). E’ talmente italianizzato che i sottotitoli sono inutili. Ma non è questo il punto. Il punto è lo spreco intollerabile.

    http://www.sardiniapost.it/cronaca/dalla-regione-un-milione-alle-tv-per-lo-spot-choc-sardegna-si-parla-il-sardo/

    Poiché ho cercato delle reazioni in rete sull’argomento, riporto le seguenti, del novembre scorso:

    “X: Per non parlare dei fondi regionali spesi male. L’ultima è la pubblicità a Videolina in LSC o affine, che non interessa proprio nessuno coi tempi che corrono.
    Y: Ma come si permette X di dire che la pubblicità su videolina non interessa nessuno? a lui/lei non interessa probabilmente perchè ha degli orgasmi davanti al decamerone o alla divina commedia ma credere che questa sia il piacere anche di noi sardi poi! per la cronaca a noi sardi non interessano più tutti questi bei discorsi in italiani forbito che ci hanno rotto le palle da un bel po’ e ci hanno rotto le palle pure tutti gli accademici leccati, antiquati, obsoleti e monolingue che non sanno più avere emozioni (per esempio quelle sane di una bella litigata con le parolacce e gli insulti) ma solo termini e concetti che per quanto perfetti non dicono niente di noi ma parlano, al contrario, di loro e delle loro corte vedute da una bella finestra di un quartiere borghese.”

    Leggete l’articolo e giudicate voi. Probabilmente Y ha gli o..mi davanti a questo spot insignificante, ma costosissimo. Forse avrà soprattutto qualche brivido di paura. Perché qua sì che ci vorrebbe una bella interrogazione. Un milione di euro … per la messa in onda di quattro frasi !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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