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A cosa serve il sardo?

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“A cosa serve il sardo?”

Durante la campagna elettorale, stranamente, si svegliano tutti, anche perché serve ai politici di far finta di avere ancora il contatto con la gente. Politici che non conoscono il sardo e che se ne fregano altamente del sardo, iniziano a riempirsi la bocca con ‘l’importanza della lingua sarda’. Appena poi finiscono le campagne elettorali, finisce anche l’interesse per la lingua sarda da parte dei politici.

Almeno, questo dimostra che hanno capito che qualche votatore ci tiene al tema.

Fanno i furbi, parlando d’identità e di cultura e tradizioni… cosas chi issus ant gei scadesciu o mai imparau…

Un altro problema che esiste però, sono gli ignoranti che ancora non hanno capito “a cosa serve il sardo”. E poi ci sono altri ignoranti che ripetono roba di semi-sapere che hanno letto da qualche parte e che se ne escono fuori con frasi semi-ignoranti come:

“Un bambino bilingue è più intelligente” o “Il bilinguismo fa bene allo sviluppo cognitivo di un bambino”.

E a nai semperi is proprias cosas torro; La linguistica è e rimane una scienza. Entriamo allora un attimo in un discorso più profondo.

In questi giorni stavo seguendo una discussione in un blog. Come al solito, ovviamente, si è discusso poco e niente sul tema dell’articolo postato, ma si è aperta un altra discussione. Succede sempre perché ai sardi piace di poi alla fine dichiarare chi fosse il più grande fascista della situazione.

Ci sono quelli che dicono che sarebbe und atto fascista di non inserire il sardo nelle scuole, visto che anche ai sardi gli è stato tolto il sardo dalla bocca, lingua tagliata ecc… e gli altri che dicono che sarebbe un atto fascista inserire il sardo nelle scuole come materia obbligatoria perché facendo questo, non saremo meglio degli italiani.

Certamente, coloro che non vogliono che s’insegni il sardo come materia obbligatoria nelle scuole, sono di solito i pochi monolingui italiani di Sardegna. Scrivo appositamente “pochi monolingui” perché la maggior parte della gente che pensa di essere monolingue, non lo è.

Quasi ogni sardo ha almeno una piccola conoscenza passiva del sardo. L’ho avuta io, essendo nata e cresciuta in Germania, solamente perché ogni anno d’estate ero in Sardegna per 6 settimane a casa di nonni e zii.

Ogni sardo (e anche italiano) conosce l’Italiano Regionale di Sardegna o anche L’italiano Popolare di Sardegna, varietà d’interferenze, cioè varità linguistiche con forti o meno forti interferenze del sardo. E questo su tutti i livelli; la pronuncia, il lessico, la morfologia e la sintassi.

La tesi che i sardi parlino il miglior italiano dopo i toscani è un assurdità. I sardi al massimo si fanno capire meglio degli altri italofoni, ma la maggior parte dei sardi parla l’italiano Regionale di Sardegna o l’italiano Popolare di Sardegna.

Siamo in una situazione laddove due sistemi linguistici sono in contatto tra di loro (in una diglossia verticale).

Insandus? Bolit nai ca pagu genti in Sardinnia chistionat s’italianu cumenti “is toscanus”, antzis, donnia borta candu unu sardu aberit sa buca, is italianus ddu sciint ca est sardu.

“A cosa serve il sardo?”

Questo fenomeno, il fenomeno di inserire materiale linguistico da una lingua all’altra, è spesso un problema d’istruzione.

I bambini sentono a casa come prima lingua 1) il sardo, 2) l’italiano Popolare di Sardegna, 3) l’italiano Regionale di Sardegna, poi arrivano a scuola e lì si parla l’italiano “standard” come L2.

Ciò che può nascere in 1) e 2) è una forma di semilingualismo, il bambino non parla bene ne l’italiano e neanche il sardo. Certamente, alcuni ragazzi hanno avuto la vera fortuna di sentire a casa solo il sardo e a scuola solo l’italiano e sono riusctiti ad essere “perfettamente” bilingui, ci sono… ma presumo che siano pochi. Qui, spesso il bambino ha stabilito come prima lingua (lingua dominante) il sardo e poi è stato in grado ad arrivare ad un buon livello d’italiano.

Nel caso 3), il bambino di solito stabilisce anche una lingua “dominante” che sarebbe l’italiano Regionale di Sardegna, con poche interferenze del sardo, e come seconda lingua parla e capisce bene il sardo. Di solito questa gente da grande può arrivare ad un buon livello di italiano quasi standard e di sardo, ad un blilnguismo “perfetto”, come coloro descritti più su.

E poi ci sono quelli che già a casa sentono un Italiano Regionale di Sardegna quasi standard (magari avendo anche un genitore taliano). Di solito i più vantaggiati a scuola che poi si laureano con voti buoni e che poi vanno all’università, ovviamente allontanandosi sempre di più anche di quel pochissimo sardo che conoscevano.

Questo ci porta a 2 conclusioni:

1. I bambini che stabiliscono pienamente una lingua dominante e che riescono a distinguere i due sistemi linguistici, possono arrivare ad un bilinguismo “perfetto”.

2. I bambini che hanno poco contatto con il sardo, diventano quasi “perfettamente” monolingui in italiano.

Allora cosa è successo nella storia? La soluzione geniale di alcuni intelleigentoni è stata, invece d’insegnare entrambe le lingue e far capire al bambino che si tratta di due sistemi linguistici diversi, si è continuato quel percorso d’ignorare il sardo a scuola proprio per evitare che i bambini parlassero male l’italiano.

Imbecis, cumenti bieus no at portau a setiu… una parti manna de is piciocus sardus chistionant ancora mali su sardu e s’italianu.

Il secondo caso come vediamo non ci ha portato da nessuna parte, la maggior parte dei sardi e bambini sardi parlano ancora male l’italiano. Certamente, si può continuare a non insegnare il sardo e avere altre due generazioni con semi-parlanti che mischiano entrambe le lingue, fino a quando il pieno language shift (passaggio dal sardo all’italiano) sarà compiuto e segue il language death (morte del sardo).

Il problema è che fino a quando occorre questo, la Sardegna sarà distrutta psicologiamente ed anche economicamente perché la piena intelligenza di sardi, verrà ridotta a quei quattro gatti che parlano quasi perfettamente l’italiano.

Ecco. E qualcuno dirà … “Ma scusa … in questi casi, i genitori potrebbero scegliere nelle scuole il sardo come materia facoltativa, invece di imporrla come materia obbligatoria.”

Anche qui nascono però altri problemi.

Come s’inserisce questa materia, il sardo? Come lingua “straniera”? Questo al livello identitario farebbe un danno. Inserire la lingua dei nonni a scuola come “lingua straniera” è ridicolo, e distrugge la “scuola impropria”.

Ancora peggio, se i genitori possono scegliere tra sardo e un altra materia, secondo me, pochi sceglierebbero il sardo perché nessuno  spiegherà bene ai genitori “a cosa serve il sardo.” Scusate, ma se la maggior parte dei genitori delle ultime generazioni avesse pensato a favore del sardo, non saremo in questa situazione.

“A cosa serve il sardo”?

Ciò che tanti dei nostri amici “monolingui” e “linguisti di domenica pomeriggio” che conoscono solo ed esclusivamente l’italiano quasi standard di sardegna, non sanno e che non possono sapere, visto che non sono bilingui, è che il bilinguismo è una cosa bellissma anche per l’essere umano e il suo mondo di vedere e percepire le cose.

Alcuni concetti non esistono in italiano… un altro argomento dei nostri amici “monolingui” è sempre: “In sardo non si può dire quello che si può dire in italiano”. Lampu… ! Hanno proprio scoperto l’America con quest’affermazione. Ma si sono mai chiesti quante cose non riescono a dire perché non si possono dire in italiano, ma in sardo? Che ci sono concetti unici in sardo che ci spiegano il passato e il modo di pensare dei nostri avi.

Uno dei miei esempi più carini, anzi, un esempio che ho rubato da un mio amico, è “barrigadu”, “fra tre giorni”. In italiano questo concetto non esiste… certamente possiamo dire “fra tre giorni”, ma non abbiamo una parola per dirlo. O il doppio concetto di “tziu / tzia” anche se non si tratta di parenti, ma per esprimere una certa simpatia e rispetto. O perché in sardo esiste il singolare collettivo, di dire “innoi est prenu’e musca”? Perché settembre nelle altre lingue deriva da “sette” (visto che nel calendario latino era il settimo mese) invece in sardo la parola rispecchia “l’inizio dell’anno”.

E pur troppo sono troppo ignorante per trovare altri esempi, ma basta leggersi le varie grammatiche di sardo per capire com’è il sardo e com’è l’italiano e paragonarli. Se questo si facesse a scuola, i bambini potrebbero imparare varie logiche e vari modi di pensare “in lingua”, in lingua diversa… così s’impara anche di accettare cose “anomale” di altre lingue… ciò che tanti cercano di dire quando dicono:”I bambini bilingui sono più intelligenti”.

I bambini non sono più intelligenti, ma hanno imparato che la realtà non è per forza collegata ad una lingua e questo aiuta molto ad imparare altre lingue e staccarsi più facilmente da concetti stretti. Per esempio, nella mia classe imparando il latino, una bambina mezza russa non ha avuto il problema che in latino non esista l’articolo, siccome in russo non esiste neanche, mentre i bambini monolingui in tedesco, l’hanno avuto. Io invece l’ho accettato abbastanza velocemente che non esiste l’articolo, paragonato ai bambini tedeschi monolingui, siccome ero abiutata che le lingue sono diverse e che alcune cose in altre lingue sono “normali”… per esempio in tedesco non si può ommettere il pronome come in italiano.

“A cosa serve il sardo?”

Qualcuno adesso dirà… “Mahhh a chi interessano i concetti antichi di una civiltà antica che sta scomparendo?”

Aspeta pagu pagu … Il sardo aiuta molto ad imparare altre lingue, persino lingue così “difficili” come il tedesco. L’ho scoperto l’anno scorso, quando ho dato un corso di tedesco ad emigrati sardi.

Le persone che conoscono il sardo, anche solo passivamente, ma più lo conoscono meglio è, imparano meglio il tedesco. Faccio solo alcuni esempi, ma in ogni lezione ne scoprivo altri.

Al livello di pronuncia, il repertorio del sardo è assurdo. La cosa più affascinante è che i sardi tra di loro sono anche in grado di scimmiotare anche altri sardi nelle loro pronuncie.

In tedesco, la fricativa palatale sorda (che esiste anche in inglese, norvegese e greco), esiste anche in alcuni dialetti sardi. Una delle parole più difficili per gli italiani è ICH (Io in tedesco). Gli italofoni di solito la pronunciano /ik/, invece i sardi la pronunciano bene, anche se a volte gli esce fuori una laterale fricativa… meglio degli altri rimane. I sardi sono abiutati di pronunciare la -tz- all’inizio di una parola. “tzilleri”, in tedesco la parola “zucchero” si pronuncia /tsuka/, gli italofoni spesso non ci arrivano.

In tedesco (così come in quasi tutte le altre lingue) e qui l’italiano è anomalo, nelle domande c’é un inversione, anche se quella in sardo è diversa da quella tedesca perché in tedesco e in inglese si sposta il verbo.

Est andendi a domu? A domu est andendi?

Sta andando a casa. Sta andando a casa?

Er geht nach Hause. Geht er nach Hause?

Il tedesco (e l’inglese) sono lingue analitiche. Il futuro si forma con un verbo.

Apu a fai

Farò

Ich werde machen.

Sono sicura che queste cose si possano verificare anche per altre lingue. Suoni nasali del campidanese aiutano in francese e portoghese. Il lessico sardo aiuta in spagnolo e portoghese e persino in greco e anche in altre lingue.

“A cosa serve il sardo?”

A far uscire i sardi dall’isolamento e aprirsi verso l’Europa.

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10 thoughts on “A cosa serve il sardo?

    • Poita m’ant nau chi barigadu cheret narrer in tres dies? Diat a esser una die in prus de pusti cras… ??? Craru chi no cherzo imparare a tegus su sardu, peroe … como depes esplicare sa cosa. Su “in tres dies” duncas faeddat de oe, cras e pusti cras e pro custu est sa matessi cosa comente ‘dopodomani’ o inube apu cumprendiu male su cuntzetu? Baxu

  1. Barigadu cheret narrer PASSADU, e duncas barigadu cras, chi amus incurtziadu cun su tempus solu a “barigadu” barigadu cras=passadu cras,pustis de cras. sunt tres dies si bi pones finas sa de oe. duncas: oe, cras, e barigadu(cras) in italianu oggi, domani e dopodomani.
    basu, nanni

  2. Cara Alex,
    ovviamente non entro in merito alla questione specifica della linguistica in quanto non ne ho le competenze. Vorrei però fare due appunti:
    1) Non condivido per niente questa tua affermazione: “Insandus? Bolit nai ca pagu genti in Sardinnia chistionat s’italianu cumenti “is toscanus”, antzis, donnia borta candu unu sardu aberit sa buca, is italianus ddu sciint ca est sardu”.
    Gli “italiani” riconoscono immediatamente un sardo, non dal livello di italiano parlato ma dallo spiccato e inconfondibile accento marcato (che è cosa ben diversa). Il primo esempio che mi viene in mente è l’ottavo presidente della Repubblica Italiana, il professore Francesco Cossiga, sfido chiunque a dire che parlasse male l’italiano ma allo stesso tempo sfido chiunque a negare la sua provenienza. Chi ha avuto modo di girare l’Italia in lungo e in largo come me (non volermene ma tu comunque rimani una sarda-tedesca) non solo a primo acchito riconosce la provenienza geografica (ovviamente dall’accento) poi se ha avuto la fortuna di avere un livello di scolarizzazione adeguato, riconosce anche il livello di italiano parlato (soprattutto dall’uso dei verbi);
    2) Di carattere puramente politico a mo di battuta. Hai scritto: “Una Cosa servire il Sardo?” A far uscire i sardi dall’isolamento e aprirsi verso l’Europa.”. Se l’Europa è quella della Banca Centrale Europea se permetti preferiamo rimanere isolati.
    Grazie e scusa dell’intrusione.

    • Ciao.

      Quando tu scrivi “accento marcato” a cosa ti riferisci? Credo che tu ti riferisca alla metafonesi / metafonia. Non parlo soltanto di questo. Ci sono anche altri elementi che distinguono un parlante del sardo da altri. Per esempio l’amico di Pitzente (E.) non riesce a pronunciare bene la /b/ e la /v/. L’hai notato? Gli scappa sempre una fricativa, bilabiale sonora (come gli spagnoli). Un altro nostro amico di Bitti (R.), scrive perfettamente e conosce perfettamente l’italiano, ma parlandolo, non cela fa quasi mai a pronunciare la /t/ senza aspirarla. Altri che ho conosciuto, non riescono a pronunciare bene le sibilanti… e ne esce fuori spessissimo una fricativa postalveolare sonora http://it.wikipedia.org/wiki/Fricativa_postalveolare_sonora (infatti qui lo dice anche il testo di wiki). Anche la /d/ in posizione intervocalica diventa una fricativa in alcune zone. La fonetica per me fa parte del sistema linguistico e rimane un “errore” o comunque una cosa che non fa parte dell’italiano standard, così come la morfologia e la sintassi. Cossiga, a parte della metafonesi, parlava un italiano “pulito” al livello fonetico. Non paragonabile ai sardi che non sono andati a scuola e che hanno avuto il sardo come lingua materna a casa. Capito mi hai? 😉

  3. Assolutamente si! Quello che volevo dirti è che per ovvie ragioni tu non conosci gli altri parlanti italiani e i loro accenti, lo sai che il mio non è campanilismo, se li conoscessi noteresti da accademica che i toscani non pronunciano la lettere C, i calabresi aspirano dove non dovrebbero ecc… io non lo so come si chiama perchè non sono linguista, ma se iniziassi a studiare anche le altre parlate italiane scopriresti un Mondo (di errori) che ti farebbero ristilare la classifica dei peggio parlanti te lo assicuro.

  4. Caro Maurizio,

    Io sono laureata in ITALINISTICA, ho fatto seminari sulla dialettologia italiana e tutti i dialetti che si parlano in italia. Se parli dei toscani, ti riferisci alla cosìdetta “gorgia toscana”, tra l’altro anche entrata nella parlata romana. Il romanesco è un dialetto secondario, l’unico in italia perché è entrato in contatto con la lingua comune toscana quando ci fu una ondata di malattie e una grande migrazione in direzione sud. Ho dato l’esame di studi base sul romanesco, analizzando le poesie di Giuseppe Gioacchino Belli, scritte in romanesco. L’esame finale l’ho dato sui dialetti che si parlano nei Friuli (e anche sul Friulano come lingua minoritaria)… ho fatto ricerche sul pugliese (perché il mio prof. è speccializzato in dialetti del sud d’Italia). un altro esame l’ho dato sul purismo in italia. Esiste un libro molto famoso di un maestro che si chiama “Idiotismi nella provincia di Foggia” (Siniscalchi) che ha analizzato per filo e per segno la parlata di Foggia. Il mio zio Remigio, prima di vivere a Berlino viveva in Piemonte, laddove ho passato quasi interi mesi durante le vacanze universitarie. So come parlano lì e ho anche avuto la fortuna di sentire il piemontese. Il primo lavoro da cameriera l’ho svolto in un ristorante italiano, a 18 anni, insieme ad una bella ciffra di cuochi pizzaioli e camerieri siciliani. Prima che il ristorante dove ho lavorato fino l’anno scorso diventasse quello che è, ho lavorato nel ristorante italiano precedente con un cuoco del molise ed un altro abbruzzese, per sei mesi. Ho lavorato per la air berlin, se ti ricordi nel call center, nella sezione italiana e ho parlato con clienti italiani di ogni posto… e infine sto lavorando per una compagnia che vende souvenir…e non parliamo del numero infinito di italiani che vivono a Berlino… basta andare nel tuo bar per conoscere perZZZone (anche questo nel dialetto di Roma una cosa bella) come Giuliano ed altri… guarda, io non devo andare in italia per conoscere le parlate italiane… a parte il fatto che ho anche viaggiato in italia… i dialetti italiani, li conosco benissimo e potrei anche dirti dove ci sono le differenze fonetiche…al volo. Il problema è che alcuni “continentali” credono di parlare l’italiano, quando parlano nel loro dialetto perché nessuno gli ha mai detto che quello non è italiano perché male che vada, si capisce comunque… questo ai sardi non succede, magari perché hann una più grande autocoscineza… sapere metalinguistico e sanno che non li capisce veramente nessuno quando parlano in sardo perché qui si tratta di un idioma che non fa parte del gruppo dei dialetti italiani, ma questo è un altro discorso… se tu prendi dei politici siciliani, napoletani, calabresi o emiliani o altra gente che ha visto 10 anni una scuola italiana, parlano e scrivono alquanto bene l’italiano come i sardi… è e rimane un problema d’istruzione in generale. I sardi non hanno una più grande competenza nell’imparare l’italiano degli altri italofoni. Perché dovrebbero averla? Sono più intelligenti o hanno il gene dell’italiano? Forse hanno più coscenza, ma comunque, il termine “italiano porcellino” esiste ed esiste per un motivo, o no? in Puglia lo chiamano “italiano stracciato”… questi termini indicano una conotazione negativa nei confronti dei parlanti che mischiano i codici. Questi sono i fatti. li possiamo accettare e cercare di trovare il problema. secondo me (e altri studiosi di dialettologia italiana ed altre), il problema il problema consiste nel non insegnare in maniera adatta i vari codici che il bambino dovrebbe distinguere… tutto qui. a si biri barigadu, baxu mannu

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