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La Verità sulla Limba Sarda Comuna (LSC)

lingue1. Cos’è la Limba Sarda Comuna (LSC)

La Limba Sarda Comuna (LSC) è il secondo tentativo della Regione Autonoma Sarda di introdurre uno standard di sardo scritto. La prima proposta di standard fu la Limba Sarda Unificada (LSU), non ben accolta dalla maggior parte degli intellettuali, e aimè neanche da gran parte del popolo sardo, almeno quello sensibilizzato sul tema. Così come per la LSU, anche per il suo degno successore, la LSC appunto, fu formata una commissione di esperti. Alla LSC precedeva una risoluzione (si veda sotto). Fu pianificata quindi una ricerca sociolinguistica, questo per sondare l’allora stato della lingua sarda, con lo scopo di garantire un miglior risultato per il nuovo standard di sardo scritto.

“L’atto ufficiale è la deliberazione n. 20/15 del 9.5.2005, che preordina un’indagine sociolinguistica sulla lingua sarda, affidata alla Commissione, affiancata da una società demoscopica che effettui la rilevazione dei dati. Obbiettivo della ricerca sarà la documentazione dello stato della lingua sarda (in quali aree dell’isola, spazi, luoghi, situazioni e momenti si parli il sardo; in quale misura e proporzione rispetto ad altre varietà locali, quanti sono i parlanti, quanti lo capiscono e sentono la necessità di parlarlo). È compito della Commissione individuare l’ipotesi di un codice linguistico che la Regione potrà utilizzare nella traduzione di propri atti […]. Una prima bozza di lavoro in questo senso ha dato vita ad alcune linee programmatiche che dovrebbero condurre alla redazione di un documento tecnico sulla Limba Sarda Comuna.”
(www.sardegnacultura.it/j/v/258?s=20340&v=2&c=2730&t=7).

La su scritta Risoluzione prevedeva quindi, una ricerca sociolinguistica che avrebbe dovuto precedere la stesura della LSC, questo per raccogliere i dati empirici essenziali per il corretto svolgimento dei lavori della Commissione. Questo non fu fatto, almeno non immediatamente. La ricerca sociolinguistica fu pubblicata solo il 05.05.2007 in una conferenza a Paulilatino, (Sardegna), con il titolo Le lingue dei sardi. Una ricerca sociolinguistica. Finanziata dall’Assessorato alla Pubblica istruzione, beni culturali, informazione, spettacolo e sport. Originariamente doveva portare il nome di: Limba Sarda Comuna. Una ricerca sociolinguistica. Si trattava di una raccolta di dati empirici, di parlanti intervistati in 377 comuni della Sardegna. Alla conferenza partecipò anche l’allora presidente della Regione Autonoma Sardegna, Renato Soru.

“Si era nel periodo di governatorato di Renato Soru (2004-2008), durante il quale il movimento per l’emancipazione e la valorizzazione della lingua sarda, movimento da sempre piuttosto elitario, ha ricevuto un grande impulso per merito principale e incontestato del governatore.”
(Lőrinczi: 2011: 3).

Le date delle pubblicazioni indicano che la ricerca che avrebbe dovuto precedere la LSC, fu pubblicata solo dopo la pubblicazione della LSC stessa. Alla ricerca sociolinguistica non parteciparono neanche tutti i membri della Commissione. Questo, già dall’inizio creò non poche polemiche tra gli esperti, infatti, i risultati della ricerca in realtà non ebbero alcun peso nella stesura dello standard scritto. In poche parole, la ricerca ebbe solo lo scopo di “dimostrare” che i parlanti vedevano la necessità di uno standard scritto, e che si mostravano favorevoli all’inserimento della lingua sarda nelle scuole e così via. Insomma, una giustificazione della norma stessa, dopo la sua pubblicazione, e non viceversa, come richiesto dalla delibera Regionale.

“Perciò la ricerca sociolinguistica, essendosi svolta nello stesso anno 2006, non poteva avere l’obiettivo di sondare preliminarmente i pareri della comunità sarda circa l’eventuale introduzione di una eventuale koinè. Per come si sono incrociati i due eventi (l’ufficializzazione sperimentale della LSC e la realizzazione dell’inchiesta sociolinguistica) e per come si è svolto l’incontro di Paulilàtino, alcuni commentatori hanno ritenuto che la finalità politica ultima della presentazione pubblica fosse, o potesse essere, da parte della Regione, un’operazione di giustificazione a posteriori e di sostegno della LSC già varata […]”.”
Lőrinczi (2011: 5).

Nella pagina web della Regione Autonoma della Sardegna (sardegnacultura.it) nella subcategoria Lingua Sarda, troviamo il documento sulla LSC: Norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta dell’Amministrazione regionale, entrate in vigore con la Deliberatzione N. 16/14 De Su 18.04. 2006. Ogetu: Limba Sarda Comuna. Adotzione de sas normas de referèntzia de caràtere isperimentale pro sa limba sarda iscrita in essida de s’Amministratzione regionale. Nella Commissione non si trovavano solo linguisti, ma anche professori di altre scienze come la sociologia, psicologia, didattica ecc. I membri della Commissione degli esperti erano: Giulio Angioni, Roberto Bolognesi, Manlio Brigaglia, Michel Contini, Diego Corraine, Giovanni Lupinu, Anna Oppo, Giulio Paulis, Maria Teresa Pinna Catte e Mario Puddu.

Segue un breve riassunto dell’introduzione della LSC:

– Il sardo è una lingua storica riconosciuta dallo Stato Italiano. Per questo motivo si dovrebbe usare soprattutto nell‘amministrazione, documenti ufficiali, leggi ecc.
– Si rileva come una norma sperimentale, potrà essere arricchita in futuro. Ulteriori ricerche scientifiche (approfondimenti sulle varietà del sardo) dovrebbero essere incorporata alla LSC e ampliarla. Non solo gli addetti ai lavori avranno la possibilità di far parte di questo processo, ma anche i parlanti. Le modifiche saranno garantite dall‘Ufitziu de sa Limba Sarda (pag.4).
– Il popolo ha il diritto di usare la propria parlata, e di rivolgersi alla Regione usando il proprio dialetto. La Regione risponderà esclusivamente in LSC.
– La LSC è solo una lingua di riferimento, mutabile, essa potrebbe essere la base di uno “standard naturale“. Tramite la LSC si vuole valorizzare tutto il sardo e rappresentarlo interamente come lingua bandiera.
– Più di una volta si enfatizza che si tratta di una varietà linguistica di mediazione, prendendo in considerazione i vari dialetti della lingua sarda, orientandosi alle varietà più comuni (pag. 1e seg.).

Il punto 2. spiega la parola “sperimentale“. La LSC dovrebbe essere solo un punto di riferimento. Segue un elenco di concetti generali, questi ricalcano quasi perfettamente quelli della prima proposta di standard (la LSU, Limba Sarda Unificada). Si parla di regole stabilite nella maggior parte di tutte le proposte di standard. Fra le tante regole, si consiglia per esempio: di non adottare le metatesi e/o di non usare le vocali paragogiche nello scritto, per dirne un paio.

Il punto 3. ricorda che il sardo è stato influenzato da altre lingue. Per avere un paragone, è stato deciso di orientarsi alla lingua più vicina al sardo in questo momento: L’italiano.

“Nel definire quali segni grafici utilizzare per la rappresentazione dei suoni della Limba Sarda Comuna, si è preferito superare alcune delle proposte ortografiche pregresse, in particolare quelle che si rifanno ad altre lingue (latino, catalano, spagnolo) che hanno di volta in volta fatto da modello ai nostri scrittori e accettare, tutte le volte che conviene, soluzioni più vicine alle nostre abitudini, come sono, oggi, quelle dell’italiano.”
(www.regione.sardegna.it/documenti/1_46_20060428172242.pdf).

1. La Commissione degli esperti:

La commissione per la LSC fu approvata dall’allora presidente della Regione Sarda Renato Soru. Della vecchia commissione (LSU) rimasero ben pochi: Bolognesi, Paulis e Corraine. Prima dell’uscita ufficiale della LSU, il fonologo Bolognesi si rifiutò di firmare il documento finale allo standard (2001), questo perché a suo dire, non si sarebbe dovuto aggiungere una standardizzazione del lessico. Oltretutto, Bolognesi, già prima della pubblicazione della LSU, richiese alla commissione degli emendamenti democratizzanti, emendamenti che sfortunatamente non furono presi in considerazione. Si ripeté la stessa scena con la LSC. Per questo motivo Bolognesi ne fece successiva richiesta d’introduzione alla conferenza di Paulilatino (2007), l’inserimento non avvenne comunque, fino appunto, ad oggi. Corraine, direttore della casa editrice Papiros, uno dei primi membri, e in alcuni casi fondatore di associazioni come: Sotziedade pro sa Limba Sarda, Osservatoriu pro sa Limba Sarda e Ufitziu pro sa limba Sarda. Nel suo blog Limba Sarda Comuna, limba pro totu, limba de totus si occupa prevalentemente di promuovere la LSC, ne spiega le regole per un corretto utilizzo della grammatica e del lessico. Corraine risulta attualmente uno dei più grandi sostenitori della LSC. Le sue scelte si basano prevalentemente sul lessico e sulla grammatica dei dialetti vicini al suo, dialetti settentrionali. Il linguista Paulis, anch’esso a suo tempo non firmò la LSU, e a quanto pare non fu neanche molto soddisfatto con la successiva LSC (si veda la citazione più avanti). Pinna-Catte, è una delle persone più rilevanti nell’ambito della didattica. Dopo la pubblicazione della LSC non espresse più nessun commento sulla questione. Contini (2004: 125ff), dopo la pubblicazione della LSU, visti i disaccordi, propose in un primo momento la variante Nuorese come standard scritto. Le argomentazioni erano semplici, Nuoro, essendo molto centrale, risultava rappresentativa. A suo dire, molti artisti e scrittori sardi sono di Nuoro, e oltretutto sarebbe uno dei pochi dialetti sardi, dove la corrispondenza tra fonema e grafema risulterebbe “armoniosa”. Infine, si può dire che per Contini aveva importanza solo l’esistenza di uno standard, per garantire così la sopravvivenza stessa del sardo. E pare, a mio modesto avviso, che per il linguista non fosse importante tanto quale fosse lo standard, ma che c’è ne fosse almeno uno, si veda al riguardo il suo articolo: “Lingua comune, scelta necessaria”. Per l’antropologo Brigaglia il ruolo della LSC era chiaro fin dall’inizio. In un articolo dice: “La Limba Sarda Comuna vivrà solo fra gli scaffali degli uffici amministrativi della Regione. Sarà semplicemente uno strumento di comunicazione ‘in uscita’, dalla Regione ai cittadini. Senza alcuna ambizione di imporsi come lingua viva e quotidiana dei sardi“. La scelta di inserire lo psicologo Mario Puddu come membro della Commissione degli esperti, ha forse contribuito al fatto che alcune “forme” della Limba de Mesania siano state introdotte nella LSC. A quanto pare non abbastanza, visto e considerato che Puddu alla fine ha continuato e continuerà a scrivere nella propria norma la Limba de Mesania. L’intellettuale e scrittore Angioni si distanziò ufficialmente dalla LSC poco dopo dalla sua pubblicazione. Secondo lui, la LSC avrebbe marginalizzato tutte le altre lingue e gli altri dialetti che si parlano in Sardegna. A dire dello scrittore, sarebbe stato assurdo introdurre questa norma a Sassari o San Pietro. Si veda la sua: Lettera aperta al presidente Soru: “sa limba comuna“ e unica è assurda violenza contro i sardi. Alla fine, Lupinu e Oppo furono gli unici che fecero parte nella ricerca sociolinguistica sulla lingua sarda, la quale, come già detto, si sarebbe dovuta fare prima della pubblicazione della LSC.

Analizzando alcune fonti da giornali, blog ecc. si può dunque affermare che, a partire dall’uscita dello standard fino ad oggi, la maggior parte degli Esperti della Commissione, non sia affatto d’accordo con le proprie scelte passate. In più anche gli altri ex-membri della prima Commissione (LSU) si pronunciarono, criticando la proposta in varie occasioni. Fa fede di questo un articolo della linguista Calaresu dal titolo: La tirannia della LSC.

“Nel documento sono ignorate le osservazioni e le richieste di modifica della LSC presentate dai linguisti Massimo Pittau, Eduardo Blasco Ferrer, Marinella Lőrinczi, Giovanni Lupinu e Giulio Paulis e degli studiosi Giulio Angioni e Mario Puddu, così come di scrittori, operatori degli sportelli linguistici, associazioni culturali e comuni cittadini. Una richiesta di modifica massiccia e vibrante, ancora in atto, della quale però non vi è nessun accoglimento pratico nel piano triennale, dove si presenta la Limba Sarda Comuna come un’acquisizione pacifica e condivisa da tutti. (www.sardegnaeliberta.it/?p=2970).”

I linguisti Pittau e Blasco Ferrer fecero parte della prima Commissione (LSU). Firmarono il documento finale per poi distanziarsi in seguito dalla proposta. Le motivazioni furono che si pensava ad una norma esclusivamente amministrativa. A mio dire, se questa fosse stata la vera ragione, non si capisce perché si schierarono più tardi contro la LSC, dato che infatti la LSC fu creata prevalentemente per adempiere a questo scopo. Per ciò presumo che la vera motivazione di entrambi sia stata che nessuno dei due abbia mai veramente avuto l’opinione che si possa unificare la lingua sarda. Credo che in fondo no ci sia dato sapere. Pittau, per quello che sappiamo, non ha mai smesso di pensare che il sardo sia composto da due macro-varietà storiche (logudorese e campidanese). Testimonia il fatto, che dopo la pubblicazione della LSU (2001) propose immediatamente un doppio standard a Berlino (2001). Blasco Ferrer condivise e condivide tutt’ora quest’opinione, altrimenti non si spiegherebbe chi o che cosa avrebbe motivato la sua partecipazione alla stesura come consulente delle Ainas po su sardu (2009) che propongono appunto uno standard sardo con due norme di riferimento, una per il Campidanese e l’altra per il Logudorese. La filologa Lőrinczi, non era in nessuna delle commissioni, ma comunque si è espressa anch’essa in maniera negativa sia contro la LSU sia contro la LSC. Lo stesso vale per la linguista Calaresu. A quanto pare la Limba Sarda Comuna, fu al centro di varie discussioni e critiche, così come ne fu soggetta prima la LSU. Si dovrebbe aggiungere, anche, che il tutto andava via via assomigliando di più ad una guerra personale tra i vari protagonisti della “Questione della Lingua Sarda“, condita sempre di più da pittoresche battaglie a colpi di critiche sempre più accese. Va anche ricordato che in entrambe le Commissioni di Esperti (la LSU e la LSC) su circa una ventina di persone erano coinvolte solamente tre donne, e l’età media dei membri di entrambe le Commissioni si aggirava sugli ultra cinquantacinquenni.

1. Critica alla Limba Sarda Comuna

Seguendo le critiche di Calaresu (2007: 168) / Blasco Ferrer (2011: 29) si può ben dire che la LSC è quasi identica alla LSU. È stata solo arricchita con qualche elemento attribuibile alla già famosa Limba de Mesania e qualche altro emendamento riconducibile a Bolognesi. Ovviamente si ripeté la stessa “scena” di cinque anni prima. Per i parlanti dei dialetti meridionali (ed altri), quella che ormai veniva identificata come LA LINGUA SARDA della Regione Autonoma Sarda, semplicemente non li rappresentava. La maggior parte dei sardi non si poteva identificare con quella lingua scritta e ancora meno piaceva il nome Limba Sarda Comuna. Non era infatti comune a nessuno.

Per chiarirci, in termini tecnici, nella linguistica, nasce un altro problema. Con Lingua Comune s’intende tecnicamente una lingua sovra-dialettale, usata dai parlanti come una lingua tetto, una pre-forma di standard nata in maniera naturale, una koiné, in tedesco: Gemeinsprache (Coseriu: 1980: 113). La LSC non è questo, ma dovuto al nome, alcuni, anche addetti ai lavori, la scambiano per questo. La vera Lingua Sarda Comune sono le forme ibridi comuni, forme utilizzate nella poesia estemporanea, nella letteratura in prosa ed in poesia. Valgono anche le regole del parlato che sono state usate dei cantadoris e dei sardofoni quando sono usciti dal proprio paese e hanno cercato di comunicare con altri sardofoni. Sono le forme scritte che seguono delle regole generalmente accettate dalla maggior parte dei parlanti. Le forme dove le parole hanno un livello d’intellegibilità alto nei confronti delle varie parlate dialettali. Una “lingua esemplare” con norme per orientarsi, ma non fissate strettamente come in uno standard. In pratica tutto il sardo utilizzato, non solo in ambiti tradizionali, ma anche oggigiorno nei media, in vari blog e nei social network. Incredibilmente queste “regole generali”, della vera Lingua Sarda Comune, si possono ritrovare in ogni proposta di standard finora pervenutaci.

A parte il problema di aver maldestramente abusato di un termine tecnico-linguistico, (si spera non in mala fede) i problemi non finiscono. La LSC contiene troppi elementi attribuibili ai dialetti “logudoresi”. L’alfabeto è uguale a quello della LSU. La scescia (-x-) è stata tagliata fuori così come altri elementi distintivi di varie zone della Sardegna. Cioè elementi che hanno una corrispondenza tra fonema e grafema nelle tradizioni scritte e letterarie di alcune zone, sono state eleminate senza nessuna spiegazione. Il punto d) parla delle caratteristiche del sardo e della sua “rappresentanza“:

“d) una norma scritta comunse, di riferimento, aperta ad integrazioni volte a valorizzare la distintività del sardo, ad esempio:
– limba, sàmbene, ecc., scrivendo lingua, sànguni, ecc. nella scrittura delle varietà locali;
– chelu, chentu, pische, lughe, ecc., scrivendo celu, centu, pisci, luge, luxi, luche, ecc., nelle varietà locali;
– iscola, iscala, ischire, ecc., scrivendo scola, scala, sciri, ecc., nelle varietà locali.
Tutte le soluzioni sono di uguale valore linguistico, ma è necessario per ragioni di chiarezza di chi scrive o traduce operare una scelta. La Limba Sarda Comuna, come norma scritta di riferimento e di “rappresentanza” dovrebbe tendere con il tempo appunto a rappresentare il sardo nel suo complesso e non a rendere per iscritto tutte le varietà locali, che sarebbe dificilmente proponibile per dare al sardo un uso ufficiale sovralocale e sovramunicipale.” (www.regione.sardegna.it/documenti/1_46_20060428172242.pdf).

In punto d) si conferma che tutte le varietà del sardo abbiano pari dignità con la norma di referenza (LSC), ma che ovviamente si doveva scegliere una forma per tutti. La Commissione scelse la variante più “rappresentativa”. Analizzando però bene le loro scelte, non si capisce quali siano stati i criteri per queste scelte. Di solito, quando si parla di etimologia, la LSC consiglia di prendere in considerazione la radice (che nella maggior parte dei casi è ovviamente latina): “e- Privilegiare l’etimologia nella scelta del modello (vedi punto prec.): fa- e non fu- eddare.” / “g- Scelta preferenziale di esiti diretti dal latino, es. gìuighe accanto a giuge (da cat…”) (p.55). Nel caso del primo trattino della citazione su, del punto d) le parole sarde lingua e sànguni sono molto più vicine alle parole latine lingua e sanguis. Per ciò non è giustificabile che siano state scelte limba e sambene. La stessa cosa vale per l’ultimo trattino. In latino le parole non avevano una i- prostetica: schola, scala, scire. Anche in questo caso, le forme “campidanesi” scola, scala e sciri sono più vicine al latino. Nella maggior parte delle scelte fu presa in considerazione la radice latina. In questi due casi no. La giustificazione della Commissione, per la scelta delle parole più “lontani“ dal latino, fu che si trattasse di caratteristiche proprie della lingua sarda, tratti che la distinguono di altre lingue. Se allora le prostetiche sono una caratteristica della lingua sarda, non è tanto chiaro perché allora la prostetica ar-, come in arrosa (p.8) o arregula, non sia stata presa in considerazione, infatti, e solo la prostesi tipicamente meridionale ad essere penalizzata. Il trattino di mezzo del punto d) rispecchia forse la più grande contraddizione di tutto il ragionamento. Il grafema –x- è menzionato nella frase subordinata, relegandolo a “varietà locale” nella parola “luxi”, a quanto pare, senza tematizzarlo in nessun’altro contesto della proposta. In Sardegna questo grafema si usa da Capo Teulada fino a Villagrande Strisaili, da Villasimius a Simaxis, cioè due linee diagonali che coprono geograficamente oltre la metà dell’isola, la maggior parte dei sardofoni padroneggia questo grafema e ne conosce il corrispettivo fonema distintivo. Allora, ci si chiede: come mai un grafema che si usa nella metà dell’isola, la più popolosa, inserito in letteratura, toponomastica nei cognomi di tanti sardi, non sia ritenuto “rappresentativo”? Soprattutto paragonato al nesso di consonanti –gh- scelto dalla Commissione. Concretando e usando proprio l’esempio si può ben dire che la metà dell’isola scriverebbe “luxi”, e alcuni “luxe”, mentre, l’altra metà dell’isola non scriverebbe “lughe”. Al confine con i dialetti non sardi, cioè quelli galluresi e sassaresi, si usa luci e in altre varietà sardi, e in altre zone si scriverebbe “luche”. Significa che “lughe“ appartiene ad una minoranza della minoranza, e non è assolutamente chiaro perché dovrebbe essere il grafema più “rappresentativo” per tutti i sardofoni. Insomma, tutte le forme scelte nel punto d) in una visione tradizionale, della classificazione in “logudorese“ e “campidanese“, per un parlante di un dialetto meridionale, non appartengono alle proprie parlate. Quelle che in punto d) sono considerate varietà locali sono quelle che di solito fanno parte del “campidanese“, per lo meno nel sapere linguistico dei parlanti, confermato in parte da Blasco Ferrer (2011: 30).

In altri casi sono stati trovati dei “compromessi”, a quanto pare basati sulla Limba de Mesania. Altro paradosso è per esempio, la coesistenza dei pronomi: lu, la, li, lis, los, las e ddu, dda, ddi, ddis, ddos, ddas (p.28). Se si volesse seguire la regola proposta nello standard, quella sulla “distintività del sardo“, si dovrebbero far prevalere solo gli ultimi, (quelli corrispondenti alle varietà meridionali) giacché, questi non esistono in nessun’altra lingua romanza, ma stranamente qui si arriva ad una ragionevole “pace armata”. Il secondo “compromesso“ riguarda l’articolo plurale sos/ sas e is (p.25), già proposto nella Limba de Mesania. Ed anche qui è da e evidenziare che è stata ignorata una regola di concordanza. Nella maggior parte dei dialetti dove si usa l’articolo plurale is, i sostantivi cambiano in –i-. Vediamo il punto che parla della “Formazione del Plurale”(p.26).

“Il plurale di sostantivi e aggettivi si forma aggiungendo una –s alla forma singolare nelle parole terminanti in -a, -e, -i, -o, anche quando è accentata. Le parole che terminano in -u, fanno il plurale sostituendo la u con os: mesa, mesas pane, panes”

Qui non si descrive come dovrebbe essere formato il plurale di parole che terminano in –u. Se si prende, l’esempio di sa manu, il plurale, seguendo la LSC sarebbe sos manos o is manos. Nell’ultimo esempio è stato ignorato che nella maggior parte dei dialetti meridionali la forma corretta non sarebbe quella. Può darsi che esista is manos da qualche parte, ma non è di sicuro la forma più diffusa. Is manus sarebbe più adeguata. Il secondo esempio in questo paragrafo è poco chiaro. La parola pani dovrebbe essere is panis e non is panes. Lo stesso vale per le parole femminili come sa sorri, is sorris e non is sorres (si veda Comitau Scientìficu po sa Norma Campidanesa de su Standard (2009: 107). Per ciò i grammemi -os e –us, -es e –is dovrebbero essere altrettanto accettati, ma niente da fare. In questo paragrafo non si discute quest’aspetto e non si dice in maniera chiara come dovrebbe essere. Non giustificarono la scelta, così come quella dei numerali e delle coniugazioni dei verbi. In tutti i casi si seguirono le regole dei dialetti settentrionali. Se si andasse oltre queste contraddizioni menzionate, sarebbe facile trovarne altre. Certamente un altro punto preoccupante per i sardi meridionali fu la preferenza degli infiniti dei verbi in –are, -ere e –ire, laddove nella maggior parte dei casi nel sud terminano in –i. Non solo gli infiniti, ma anche una gran parte del lessico del sardo meridionale termina in-i. La proposta (mai ufficializzata) di scrivere –e- e poi pronunciare –i-, non può essere soddisfacente, considerando che i sardi sono alfabetizzati in italiano e il suono /i/ corrisponde al grafema –i-. Questi ed altri particolari hanno provocato il non poter o volersi identificare con la LSC. E qui si sta soprattutto parlando dei parlanti del sardo meridionale. Ovviamente gli stessi aspetti che suscitarono il rifiuto della LSU cinque anni prima.
Blasco Ferrer ritiene che i punti cruciali furono i seguenti:

“I risultati di questo lavoro abborracciato non potevano essere più deleteri. L’applicazione pratica ha messo subito in luce due degli aspetti più grotteschi che derivano linearmente dall’artificiosità del prodotto: (1) la tendenza -ovvia!- a includere spontaneamente risultati logudoresi in tutte le circostanze non elencate o non deliberate dalla Commissione, con soluzioni a volte di origine molto lontana da un solo possibile focolaio normativo vicino all’asse mediano […]. (2) la netta tendenza ad improvvisare nel lessico attingendo alla competenza personale di chi ha maggiormente influenzato le scelte deliberate. […] si privilegia l’italiano, che sardizzato dà risultati del tutto inaccettabili. (2011: 30).”

Il soprannome “Lingua di plastica“ si manifesta nel suo essere stata considerata una lingua artificiale. Tutto ciò che è stato un “avvicinamento” ai dialetti meridionali in pratica è stata una presa in giro. Ovvero: Il “compromesso” non è stato un compromesso, addirittura è stato percepito come un miscuglio arbitrario delle varianti, un minestrone. Certamente, standardizzazioni e/o unificazioni di tante altre lingue minoritarie lo sono sempre state, almeno in diversa misura, e forse sarebbe andata meglio se fosse stato veramente un compromesso tra tutte le varietà del sardo. Almeno delle caratteristiche più importanti di tutte le varietà. Le scelte arbitrarie e “artificiali”, spiegate anche male nella proposta, le hanno dato un aura da pseudo-norma, prendendo un “logudorese illustre”, e aggiungendo qualche sfumatura da altre varietà parlate in Sardegna. Quest’aspetto ha portato a tante discussioni pubbliche testimoniate da decine di articoli in giornali e web dopo la pubblicazione della LSC.

– Sostengo Soru. Ma questo atto mi sembra una mistificazione.
– Le lingue si parlano, non si possono creare in laboratorio.
– Non si può, insomma, inventare una lingua che non esiste. (La Nuova Sardegna: 2006: 3).

– Sa limba non si fa in ufficio quindi morirà.
– È una lingua fatta in laboratorio e non entrerà mai nell’uso corrente.
– Una cosa ridicola, perché innaturale ed artificiale.
– La bandiera se la sceglie la Gente, non gli uffici. (Il Sardegna: 2005: 10).

– La “limba comuna” è una astrazione linguistica creata a tavolino: teoricamente centrale tra le varieà parlate (in realtà prevale il logudorese), ha il difetto di non appartenere ad alcuna tradizione storica.
– Non esiste testo classico in Limba Sarda Comuna; non esiste paese sardo in cui si parli la Limba Comuna; non esiste poeta che scriva o improvvisi in Limba Comuna […]
– Non solo: alcuni termini sono vere e proprie invenzioni linguistiche.
(L’Unione Sarda: 2008: 45).

Il fatto che Bolognesi (2006) nella sua relazione sulla LSC ha dimostrato che si tratta di una ”lingua naturale“ che coincide al 90% con il dialetto di Abbasanta non è molto convincente. Contini, sempre nella conferenza a Berlino (2001) aveva dimostrato che la proposta precedente Limba Sarda Unificada rispecchiava più o meno la parlata di Noragogume. La proposta della Limba de Mesania (2004) propose come punto di riferimento Samugheo. A questo punto, uno si chiede, quanti chilometri di distanza hanno questi tre paesi tra di loro? Cinque anni di discussioni per arrivare da Noragogume ad Abbasanta? In più, continuando a parlare di “logudorese” e di “campidanese” questi tre paesi comunque si trovano sempre nella parte “logudorese” della famosa “lacana” che divide le due macro – varietà del sardo. Varietà, che è giusto ricordare, presenti nel sapere linguistico dei parlanti sardo e riconosciute come tali da una gran parte di linguisti e intellettuali sardi e non.

Il secondo problema osservato è che la LSC ricorda a ciò che nel sapere linguistico dei parlanti di solito è considerato oltre che “Logudoreggiante” anche come ”Sardo porcellino“. Questo, dovuto al fatto che nel suo uso amministrativo si traduceva e si traducono testi, in rapporto di uno a uno dalla lingua italiana. Una scelta di questo genere non è una cosa anomala. Spesso quando una lingua e sottomessa ad un’altra in una diglossia, ci si appoggia alla lingua più forte per evitare un “break” troppo grande che probabilmente potrebbe anche fungere come aiuto. La commissione ha scelto quella strada soprattutto perché si trattava di una lingua amministrativa. Ma il sardo essendo molto lontano dall’italiano non solo nel suo lessico, ma anche nella sua morfologia, sintassi e grammatica non dovrebbe assomigliare troppo alla lingua della quale invece ci si dovrebbe differenziare. In più non è chiaro perché si discusse per tanti anni della standardizzazione della lingua sarda per poi appoggiarsi all’italiano. La lingua che sta già invadendo il sardo a tutti livelli, la lingua che è diventata la lingua madre della maggior parte dei sardi. Per anni si era cercato di dare più prestigio alla lingua sarda, di far capire ai sardi che il sardo ha un valore. Lo scopo di questo processo non doveva e non poteva essere di adattarlo all’italiano, alla high variety (nel senso di Ferguson: 1959). Le somiglianze tra la lingua italiana e la LSC sono state analizzate da Calaresu (2007: 175). In un articolo riporta qualche frase del documento più importante della Regione Autonoma Sarda, lo statuto speciale. Il paragone diretto tra le poche frasi dimostra l’ovvia traduzione lineare dall’italiano in LSC.

Articolo 11
La Regione ha facoltà di emettere pre-
stiti interni da essa esclusivamente ga-
rantiti, per provvedere ad investimenti
in opere di carattere permanente, per
una cifra annuale non superiore alle
entrate ordinarie.

Artìculu 11
Sa Regione tenet facultade de emite-
re imprestidos internos garantidos dae
issa a marea esclusiva, pro providere
de investimentos in òperas de caràtire
permanente, pro una cifra annuale
chi non depet essere prus arta de is
intradas ordinárias.

Calaresu aggiunge che lei stessa, essendo solo “semi-parlante“ del sardo riconosce l’evidenza della traduzione lineare, per quanto riguarda tutti i livelli della lingua. L’italiano è stato adottato in tutto il testo, sia nel lessico, nella morfologia e nella sintassi. Una critica simile si ritrova in un testo di Podda (2011).

“La LSC è nell’occhio del ciclone. Sempre più numerosi intellettuali la osteggiano, e persino alcuni degli studiosi che hanno collaborato alla sua creazione, presi da forti dubbi, non la riconoscono più. […] e la sua natura burocratica (lingua di plastica) che la allontana vieppiù dal sardo tradizionale, caratterizzandosi per una presenza asfissiante in essa di italianismi, sia nel lessico che nella sintassi.”

In termini linguistici si tratta di una “rilessificazione”. La struttura è italiana, la morfologia è italiana, il pensamento è italiano. Cambiano solo le parole e anche quelle, in parte sono italiane, si aggiungono solamente una –u finale e il nesso –tz- come infisso. Basta copiare qualsiasi testo della pagina web Limbas&Natziones (http://limbas.tempusnostru.it/documentos.page?docId=1543)

“Cunsideradu chi su Consìgiu de Diretzione de su Cunsòrtziu de su Tzentru de Terminologia Termcat at aprovadu sa modificatzione de s’Istatutu suo, pro nd’adatare sa redatzione a sas racumandatziones subra de s’usu de unu limbàgiu non sessista;
a proposta de su primu consigeri e de acordu cun su Guvernu, emanat custu.”

Una “semispeaker” come me, non solo del sardo, ma anche dell’italiano, riconosce all’improvviso la similitudine tra questi testi in LSC e l’italiano. Facendo una traduzione poco curata a contrario, esce fuori questo.

Considerato che il Consiglio direttivo del Consorzio del Centro di Terminologia Termcat ha approvato la modificazione del suo statuto per adattare la redazione alle raccomandazioni sull’uso di un linguaggio non sessista.
Alla proposta del primo consigliere e in accordo con il Governo, emana questo.

È evidente che qui non si tratta di un testo pensato e scritto in sardo, ma di un testo pensato in italiano e scritto male in sardo. Prendendone la struttura, ma anche poco, e sardizzandone, i termini tecnici burocratici italiani. Più evidente di così, non può essere e non si deve neanche essere puristi per pensarla così. Per dare un ultimo esempio, ancora più evidente, di una pagina bilingue (LSC e italiano), si può segnalare la politica linguistica di ProgReS, partito indipendentista:

“Is obbietivos fundamentales ant a èssere cussos de sa promotzione, de s’isvilupu e de s’aplicatzione de sa leges derivadas dae sa Lege Regionale 26/1997, dae sa Lege 482/99 de sa Repùblica Italiana e dae sa Carta Europea de is Limbas Regionales o de Minoria (1992), e fintzas s’elaboratzione e sa proposta de acontzos normativos a totus is livellos istitutzionales, in ue bi nde siat sa netzessidade; in prus, s’ente at a tènnere su dovere de vigilare a pitzus de s’aplicatzione de is polìticas linguìsticas istabilidas dae su guvernu sardu e de coordinare is atziones e is mesuras de is assessorados in matèria de polìtica linguìstica.”

“Gli obbiettivi fondamentali saranno quelli della promozione, dello sviluppo e dell’applicazione della legislazione derivante dalla Legge Regionale 26/1997, dalla Legge 482/99 della Repubblica Italiana e dalla Carta Europea delle Lingue Regionali o Minoritarie (1992), nonché l’elaborazione e la proposta di adeguamenti normativi a tutti i livelli istituzionali, ove ne emerga la necessità; inoltre, l’ente avrà il compito di vigilare sull’applicazione delle politiche linguistiche stabilite dal governo sardo e di coordinare le azioni e le misure degli assessorati in materia di politica linguistica.”
(http://progeturepublica.net/comunicati/politicas-linguisticas-in-progres-istitutu-pro-su-plurilinguismu/#.UMjQZ6xc0_A)

Questi tre punti, da me elencati, sono i fatti. La storia è andata così. Chi non lo sa, non si ricorda o non si vuole ricordare. Chi è con la LSC sostiene:
1. Uno standard del quale neanche le persone che l’hanno fatto, sono convinte.
2. Uno standard che taglia fuori una gran parte dei sardofoni, i sardi meridionali.
3. Uno standard che si appoggia prevalentemente alla lingua più prestigiosa in Sardegna: L’italiano.

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One thought on “La Verità sulla Limba Sarda Comuna (LSC)

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